VISIONI PARALLELE

DONATO RENZETTI direttore

GIUSEPPE GIBBONI violino

  • Place

  • Politeama Garibaldi - Palermo

  • Day

    Time

    Duration

    Price

     

  • Giorno

    Saturday
    27 February 2027

    Ore

    17,30

    Durata

    90min.

    Prezzi

    - €

    Calendario

  • Programma

  • Samuel Barber
    West Chester, Pennsylvania, 1910 – New York 1981

    Concerto per violino e orchestra op. 14

    Allegro

    Andante

    Presto in moto perpetuo

     

    Il Concerto per violino fa parte di un’ideale trilogia di concerti per strumento solista e orchestra, insieme a quello per violoncello (1945) e a quello per pianoforte (1962, vincitore del Premio Pulitzer), capolavori che hanno guadagnato un posto stabile nel repertorio sinfonico internazionale. In queste opere Barber sfruttò appieno le possibilità timbriche e virtuosistiche del concerto, genere romantico per eccellenza, particolarmente congeniale alla sua scrittura innatamente lirica, espressiva e lontana dalle sperimentazioni d’avanguardia più radicali del suo tempo. Fatta eccezione per un giovanile concerto per pianoforte e orchestra, composto all’età di vent’anni e andato perduto, il Concerto per violino e orchestra è il primo lavoro maturo in questo genere musicale. Fu questa un’opera per la quale, tuttavia, Barber non ottenne il guadagno inizialmente pattuito con la committenza. Nel 1939 l’industriale Samuel Fels aveva, infatti, commissionato al compositore americano un concerto per il giovane violinista di origine russa Iso Briselli. Quest’ultimo rimase particolarmente soddisfatto dei primi due movimenti, ma non del terzo, ritenuto troppo breve e non rispondente alle sue aspettative di virtuoso. Briselli chiese allora a Barber un Finale brillante in cui poter mostrare tutte le sue doti tecniche, ma il compositore decise di non assecondare le pretese del solista. Briselli suonò comunque il brano privatamente per dimostrare che non presentava per lui particolari difficoltà tecniche, ma rinunciò a eseguirlo in prima assoluta, in aperto dissenso con le scelte formali operate dall’autore. Fels, da parte sua, pretese una riduzione del compenso del compositore che decise allora di organizzare una prova interna al Curtis Institute di Philadelphia, dove il violinista Oscar Shumsky eseguì il Finale a una velocità sbalorditiva, dimostrando che il brano non solo era eseguibile, ma era anche musicalmente pregevole. La vera e propria prima assoluta si tenne, infine, con enorme successo, il 7 febbraio 1941 con la Philadelphia Orchestra diretta da Eugene Ormandy, e con il celebre violinista americano Albert Spalding in qualità di solista.

    Nel primo movimento, Allegro molto moderato, la vena lirica, calda e quasi primaverile della scrittura di Barber predomina sul carattere drammatico e conflittuale tipico del concerto solistico ottocentesco. Sorprendentemente, il violino entra subito, senza la tradizionale introduzione orchestrale, esponendo un primo tema scorrevole e di rara bellezza melodica. A questo si contrappone un secondo tema introdotto dal clarinetto, caratterizzato da una breve figura ritmica giambica e da un sapore più squisitamente “americano” e rapsodico. Di carattere profondamente lirico, il secondo movimento, Andante, si presenta come una malinconica e struggente elegia. L’apertura non è affidata al violino, bensì a un lungo e celeberrimo assolo dell’oboe, che introduce un tema di intenso lirismo. Quando il violino solista subentra, riprende la melodia portandola verso vette di forte tensione drammatica e pathos, prima di spegnersi nel silenzio. Il Finale, Presto in moto perpetuo, spezza bruscamente l’atmosfera meditativa dei primi due tempi. È una struttura vorticosa, una corsa a perdifiato senza sosta in tempo di 4/4, caratterizzata da terzine costanti del solista, in cui il virtuosismo scorre ininterrotto. L’orchestra sostiene il solista sottolineando il ritmo con brillanti e taglienti lampi di colore e accenti sincopati, fino alla travolgente sferzata d’energia conclusiva.

    Duration: 24'

    Franz Schubert
    Vienna, 1797 - Vienna, 1828

    Sinfonia n. 9 in do maggiore D. 944 “La grande”

    Andante, Allegro ma non troppo

    Andante con moto

    Scherzo: Allegro vivace

    Finale: Allegro vivace

     

    “Lo dico subito apertamente: chi non conosce questa Sinfonia conosce ancor poco lo Schubert; e questa lode può sembrare appena credibile se si pensa a tutto quello che Schubert ha già donato all’Arte”.

    Questa perentoria affermazione di Robert Schumann, tratta dal saggio La sinfonia in do maggiore di Franz Schubert e pubblicata nel 1840 sulla rivista da lui stesso fondata e diretta, la «Neue Zeitschrift für Musik», costituisce un’autorevole testimonianza dell’importanza di questo capolavoro. La partitura fu riscoperta proprio da Schumann durante una visita a Vienna nel gennaio del 1839, come egli stesso raccontò nel medesimo articolo: “Tornando a casa, mi venne in mente che viveva ancora un fratello di Schubert, Ferdinand, che, come sapevo, Schubert stesso aveva amato assai. Andai tosto da lui e lo trovai somigliante al fratello (secondo l’aspetto del busto che vidi accanto alla tomba del maestro), più piccolo, ma saldamente complesso, e nell’espressione del suo viso si leggeva lealtà e musica in egual misura […]. Egli mi raccontò e mi fece vedere molte cose, alcune delle quali, colla sua autorizzazione, erano state anche prima comunicate alla Rivista sotto il titolo di Reliquie […]. Fra l’altro, mi vennero mostrate le partiture di parecchie sinfonie, molte delle quali non sono ancora state eseguite, anzi spesso furono messe da parte, dopo ritoccate perché troppo difficili e troppo ampollose […]. Chi sa quanto tempo anche la Sinfonia, di cui oggi parliamo, sarebbe rimasta coperta di polvere e nell’oscurità, s’io non mi fossi tosto inteso con Ferdinand Schubert d’inviarla a Lipsia alla direzione del Gewandhaus ed all’artista stesso che li dirige [Mendelssohn], al cui acuto sguardo difficilmente sfugge la più timida bellezza sbocciante, e perciò tanto meno quella splendida e magistralmente abbagliante. Così si realizzò la cosa. La sinfonia giunse a Lipsia, venne udita, compresa, di nuovo udita con gioia e quasi universalmente ammirata. L’operosa casa editrice Breitkopf ed Haertel comprò l’opera e la privativa, ora finalmente è pronta nelle parti, e presto lo sarà in partitura, come noi desideriamo per l’utilità e il bene di tutti”.

    Un alone di mistero avvolge la genesi di questo prezioso gioiello sinfonico, sottratto da Schumann alle tenebre di un baule. Secondo un’ipotesi formulata dal musicologo Maurice Brown, la Sinfonia in do maggiore "La grande" corrisponderebbe a una sinfonia composta nel 1825, della quale si fa cenno in alcune lettere di Schubert. In particolare, in una missiva del 31 marzo 1824 indirizzata a Leopold Kupelwieser, si legge: “In fatto di Lieder non ho scritto gran che di nuovo, ma in compenso mi sono esercitato in numerosi lavori strumentali: ho scritto due Quartetti… e un Ottetto, e ho in mente di scrivere un altro quartetto. Voglio così preparami a comporre una grande sinfonia”.

    Dall’epistolario si ricava che il compositore lavorò a una sinfonia tra giugno e luglio del 1825 mentre si trovava a Gmunden, completandola poco dopo a Gastein. Di questo lavoro, battezzato dagli studiosi Gmunden-Gastein, si persero apparentemente le tracce, tanto che Alfred Einstein, insigne musicologo e lontano cugino del celebre fisico Albert, si rammaricò del fatto che il compositore non l'avesse inviata all'editore Schott come promesso, commentando: “E pensare che egli avrebbe potuto inviare anche questa sinfonia, che forse sarebbe così giunta fino a noi!”.

    Alcuni esami condotti sul manoscritto originale, del quale sono state analizzate la calligrafia e la filigrana della carta, sembrano tuttavia confermare l’ipotesi di Brown. Lo studioso Ernst Hilmar ha infatti sostenuto che la data di inizio della composizione apposta sull’autografo sia il 1825 e non il 1828, anno in cui l'opera fu definitivamente ultimata, e che le caratteristiche della carta testimonino un’elaborazione lunga e stratificata. La sinfonia doveva essere sostanzialmente completa entro il 1826, anno in cui Schubert la inviò con una dedica alla Società Filarmonica di Vienna, che però la rifiutò giudicandola ineseguibile per lunghezza e difficoltà. La Sinfonia fu eseguita, per la prima volta, al Gewandhaus di Lipsia il 21 marzo 1839 proprio grazie alla segnalazione di Schumann e sotto la direzione di Felix Mendelssohn il quale, avendo intuito di trovarsi di fronte a un capolavoro, la diresse per altre due volte. La Sinfonia non ebbe la stessa fortuna alla prima londinese e a quella parigina. Qui l’orchestra diretta da Habeneck nel 1844 si rifiutò di proseguire nell’esecuzione dopo il primo movimento. Nel frattempo, anche la Società Filarmonica di Vienna aveva tentato un'esecuzione parziale il 15 dicembre 1839, inserendola in un programma bizzarro per i nostri standard: vennero eseguiti, infatti, solo i primi due movimenti, intervallati da un’aria della Lucia di Lammermoor di Donizetti. Tale ascolto frammentario non impedì a un anonimo recensore dell’«Allgemeine Musikalische Anzeiger» di stroncare l'opera con un giudizio impietoso: “Dopo i due movimenti di questa Sinfonia, nessuno può mettere in dubbio il fatto che Schubert avesse una profonda conoscenza dell’arte della composizione; ci sembra però che egli non sapesse padroneggiare con altrettanta sicurezza le masse tonali. Così questa Sinfonia è una specie di schermaglia di strumenti, da cui non riesce ad emergere un disegno efficace. A dire il vero c’è un filo rosso che si snoda attraverso l’intero lavoro, ma è troppo stinto perché si possa individuarlo sempre con precisione. A mio parere quest’opera sarebbe stato meglio lasciarla dov’era”.

    Al contrario, la storia ha dato ragione al ben più acuto intuito di Schumann, che scrisse: “In questa sinfonia si cela qualcosa di più di una semplice melodia e dei sentimenti di gioia e di dolore che la musica ha già espresso altre volte in cento modi; essa ci conduce in una regione dove non possiamo ricordare d’essere già stati prima: per consentire in tutto ciò, si deve ascoltare profondamente una simile opera. Oltre ad una magistrale tecnica musicale della composizione, qui c’è la vita in tutte le sue fibre, il colorito sino alla sfumatura più fine, v’è significato dappertutto, v’è la più acuta espressione del particolare e soprattutto infine v’è diffuso il romanticismo che già conosciamo in altre opere di Franz Schubert”.

    La sensazione di essere trasportati in un mondo sconosciuto si avverte già dall’ascolto dell’Andante introduttivo del primo movimento. È questa, infatti, una pagina intensamente evocativa, aperta dal celebre richiamo dei corni e conclusa da una maestosa perorazione che sfocia nell’Allegro ma non troppo. Quest’ultimo, in forma-sonata, presenta un primo tema energico e dal ritmo puntato, a cui si contrappone un secondo tema più lirico affidato ai legni. Un terzo tema, esposto dai tromboni, introduce la coda della lunga esposizione. La straordinaria cantabilità della produzione liederistica schubertiana si trasferisce interamente agli strumenti nel lirico secondo movimento, Andante con moto. Dal punto di vista formale il brano oscilla tra il Rondò e la variazione, secondo lo schema A-B-A’-B’-A”. Dopo un avvio misterioso degli archi, è l’oboe a intonare un tema di struggente e malinconica solitudine. Una scrittura energica e un’eleganza viennese si mescolano in una perfetta fusione nello Scherzo, Allegro vivace, dominato da un tema popolaresco scandito dagli archi a cui rispondono i legni. Di grande raffinatezza è la sezione centrale del Trio, dove audaci e repentine armonie di dominante conferiscono alla pagina un’inquieta sfumatura squisitamente romantica. Il Finale, Allegro vivace, è un monumento di straordinaria vitalità ritmica. In forma-sonata, si apre con uno slancio di grande effetto basato su fanfare e ritmi puntati, a cui fa da contraltare un secondo tema più disteso e cantabile, che cita a distanza l’Inno alla Gioia di Beethoven, sul quale si poggia quasi interamente la monumentale sezione dello sviluppo, fino alla travolgente apoteosi conclusiva.

     

    Riccardo Viagrande

    Duration: 55'