SPAZIO-TEMPO
DUNCAN WARD direttore
AVI AVITAL mandolino
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Programma
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Fazil Say
Ankara 1970Concerto per mandolino
Introduzione (Adagio)
Allegro assai
Andante espressivo
Finale
Compositore e pianista turco, Fazıl Say, dopo aver studiato presso il Conservatorio di Ankara ed essersi perfezionato con David Levine all’Istituto Schumann di Düsseldorf, si è imposto nel panorama musicale internazionale vincendo nel 1994 il premio delle Young Concert Artists International Auditions di New York. Da quel momento in poi ha intrapreso una brillante carriera internazionale che lo ha visto esibirsi con la New York Philharmonic, la Filarmonica di Israele, l’Orchestra Sinfonica di Baltimora, la BBC Philharmonic, l’Orchestre National de France e l’Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo. Come compositore ha dimostrato le sue doti già in giovanissima età, scrivendo a soli 16 anni i Black Hymns, che costituiscono uno dei primi lavori di una vasta produzione di cui questo Concerto per mandolino e orchestra è uno dei frutti più recenti. Composto, infatti, nel 2025 su commissione di Avi Avital, che lo ha eseguito in prima assoluta il 12 luglio 2025 a Rendsburg-Büdelsdorf con la Schleswig-Holstein Festival Orchester diretta da Nil Venditti, questo lavoro costituisce un’ulteriore testimonianza della poetica musicale di Say, il quale nelle sue opere cerca da sempre di gettare un ponte tra gli elementi musicali tradizionali e l’estetica del XXI secolo. L’opera, inoltre, nasce dalla stretta collaborazione di Say con Avital, che ha permesso al compositore di approfondire le potenzialità tecniche ed espressive dello strumento.
Il primo dei quattro movimenti, che funge da Adagio introduttivo, si apre con un assolo del mandolino al quale si unisce l’orchestra con un tema dall’intenso lirismo. Questo motivo, affidato agli archi raddoppiati dai legni, si sviluppa inizialmente attraverso un salto d’ottava. Legato al precedente senza soluzione di continuità, l’Allegro assai è una pagina in tempo di 11/8, estremamente marcata dal punto di vista ritmico e basata su un pattern esposto in apertura dai timpani. Una cadenza senza indicazione di tempo, che ricorda i preludi non misurati di Louis Couperin, introduce il finale del movimento. Il terzo movimento, Andante espressivo, rappresenta il vero centro emotivo della partitura per il suo intenso lirismo. Infine, un breve assolo del mandolino introduce il brillante e virtuosistico Finale (Allegro grazioso), all’interno del quale si staglia una sezione lirica (Lento), nella quale un tema affidato al flauto anticipa la Cadenza e la successiva travolgente coda.
Duration: 33'
Gustav Holst
Cheltenham 1874 - Londra 1934The Planets, suite op. 32
Mars, the Bringer of War (Marte, il portatore di guerra)
Venus, the Bringer of Peace (Venere, la portatrice di pace)
Mercury, the Winged Messenger (Mercurio, il messaggero alato)
Jupiter, the Bringer of Jollity (Giove, il portatore di gioia)
Saturn, the Bringer of Old Age (Saturno, il portatore della vecchiaia)
Uranus, the Magician (Urano, il mago)
Neptune, the Mystic (Nettuno, il mistico)
Agli inizi del Novecento, i compositori inglesi cominciarono a interessarsi alla musica popolare, stimolati dall’etnomusicologo Cecil Sharp il quale, insieme ad altri ricercatori, curò varie raccolte di folklore musicale, tra cui le English Folk Songs, che comprendevano brani scozzesi, irlandesi, gallesi e inglesi. Parallelamente proseguì la riscoperta e la rivalutazione della musica inglese rinascimentale e barocca, già intrapresa nell’ultimo ventennio del secolo precedente dalla Purcell Society, la quale aveva curato un’edizione delle opere complete del maestro barocco. In questo contesto si affermarono giovani compositori che, influenzati da figure d’oltremanica come Ravel, Debussy e Stravinskij, diedero vita a una musica ispirata al folklore nazionale. Tra essi si mise in luce Gustav Holst, il quale inserì nelle sue composizioni elementi del misticismo orientale. Questa tendenza è particolarmente evidente nella sua opera più famosa, The Planets, una suite orchestrale in sette movimenti. Composta tra il 1914 e il 1917, la suite fu eseguita per la prima volta in forma privata il 29 settembre 1918 alla Queen’s Hall di Londra, sotto la direzione di Adrian Boult, mentre la Prima Guerra Mondiale volgeva al termine. Le circostanze dell’esecuzione furono del tutto eccezionali. Davanti a un pubblico di circa 250 collaboratori invitati, l’orchestra ricevette, infatti, le parti solo due ore prima del concerto, e il coro per l’ultimo movimento fu reclutato tra gli studenti di Holst al Morley College e alla St Paul’s Girls’ School. Fu, di fatto, un evento intimo che Holst considerò la vera prima esecuzione, come si evince dalla dedica scritta di suo pugno al direttore: «Questa copia è di proprietà di Adrian Boult che per primo ha fatto brillare The Planets in pubblico e si è così guadagnato la gratitudine di Gustav Holst». La prima esecuzione pubblica e completa avvenne invece il 15 novembre 1920 con la London Symphony Orchestra diretta da Albert Coates. In precedenza, l’opera era stata eseguita solo in forma parziale, nonostante Holst non amasse affatto questa soluzione. Come ricordato dalla figlia Imogen Holst, il padre: “[...] odiava le esecuzioni incomplete de I Pianeti, anche se in diverse occasioni dovette accettare di dirigere tre o quattro movimenti ai concerti della Queen’s Hall. Detestava in particolare dover terminare con Giove per dare un ‘lieto fine’ perché, come diceva lui stesso, ‘nell’opera vera la fine non è affatto felice”.
Concepito profeticamente prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, il primo movimento, Mars, the Bringer of War, si basa su un ostinato ritmico su cui prende forma lentamente una melodia in un parossistico crescendo, capace di condurre a un fortissimo estremamente dissonante dal punto di vista armonico. Ad esso si contrappone il secondo movimento, Venus, the Bringer of Peace, uno splendido Adagio il cui intento, secondo quanto affermato da Imogen Holst, era quello di «portare la risposta giusta a Marte». Aperto da un tema del corno a cui rispondono flauti e oboi, il movimento trova uno splendido squarcio lirico nel secondo tema, affidato al violino solista, e nell’assolo dell’oboe del Largo centrale. Ultimo movimento a essere scritto in ordine cronologico, Mercury, the Winged Messenger è formalmente uno Scherzo rapido e leggero, nel quale appaiono i primi esperimenti di Holst con la bitonalità. Di carattere festoso e dall’incedere danzante è il quarto movimento, Jupiter, the Bringer of Jollity, la cui sezione centrale (Andante maestoso) si segnala per una melodia solenne esposta da corni e archi. In seguito, lo stesso Holst avrebbe ripreso questo tema per un inno intitolato Thaxted, dal nome della località di campagna nell’Essex dove trascorreva lunghi periodi. Il movimento preferito da Holst era però il quinto, Saturn, the Bringer of Old Age, un suggestivo Adagio aperto da un tema affidato a flauti, fagotti e arpe che evoca il ticchettio di un orologio. Su questo tappeto sonoro i tromboni introducono una melodia ariosa e solenne, poi ripresa da tutta l’orchestra, tratta da una sua precedente composizione per tre voci femminili e pianoforte intitolata Dirge and Hymeneal, su testo del poeta Thomas Lovell Beddoes (“Woe, woe, this is death’s hour”). Il sesto movimento, Uranus, the Magician, è formalmente uno Scherzo, questa volta di carattere ironico e grottesco, che per certi aspetti ricorda L’Apprendista stregone di Dukas. Infine, il settimo movimento, Neptune, the Mystic, chiude l’opera con una pagina misteriosa, diafana e costantemente in pianissimo.
Riccardo Viagrande
Duration: 50'