LA MAGIA DELLA DANZA

RAMON TEBAR direttore

ANNA TIFU violino

  • Place

  • Politeama Garibaldi - Palermo

  • Day

    Time

    Duration

    Price

     

  • Giorno

    Friday
    11 December 2026

    Ore

    20,30

    Durata

    90min.

    Prezzi

    - €

    Calendario

  • Programma

  • Johannes Brahms
    Amburgo, 1833 - Vienna, 1897

    Concerto in re maggiore per violino e orchestra op. 77

    Allegro non troppo

    Adagio

    Allegro giocoso, ma non troppo vivace

     

    Nell’estate del 1878 Brahms, di ritorno dall’Italia, si fermò nel villaggio di Pörtschach, in Carinzia. L'intenzione iniziale era quella di raggiungere presto Vienna ma, attratto dalla bellezza e dalla serenità del luogo, vi rimase più a lungo, come egli stesso scrisse all’amico Theodor Billroth: “Mi sono fermato in questo paese al ritorno dall’Italia, con l’intenzione di proseguire per Vienna. Ma il primo giorno è stato così bello che ho deciso di fermarmi anche il secondo; il secondo così bello che ho deciso di rimanere il terzo, e così via. Montagne bianche di neve, il lago azzurro, gli alberi ricoperti di un verde tenero... nessuno potrebbe darmi torto”.

    È in questa splendida cornice che il compositore concepì la nuova opera. Che stesse meditando su una grande pagina sinfonico-strumentale si evince anche dalla richiesta di farsi spedire da Vienna molta carta da musica e da una lettera inviata al critico Eduard Hanslick, in cui scriveva: “In questo villaggio vagano così tante melodie che si deve stare attenti a non calpestarle”. 

    Nacque così il Concerto in re maggiore per violino e orchestra op. 77. Composto in brevissimo tempo e completato a grandi linee nel mese di agosto, fu sottoposto da Brahms, perennemente insoddisfatto, a continui ritocchi che lo impegnarono fino a novembre. Pur amando profondamente il violino, il compositore non ne possedeva una perfetta competenza tecnica; per questo motivo si rivolse all'amico e celebre violinista Joseph Joachim per alcune consulenze strutturali. Nonostante i consigli di Joachim, che eseguì il Concerto in prima assoluta al Gewandhaus di Lipsia il 1° gennaio del 1879, il lavoro non fu subito compreso dal pubblico e dagli stessi musicisti, che lo giudicarono, in certi passi, ineseguibile. Come evidenzia il critico Bussi: “Ai violini di allora, secondo i correnti canoni esecutivi, il concerto prospettò difficoltà inaudite, se non proprio insormontabili, non tanto per un mero sfoggio di acrobatismo virtuosistico […] quanto per un certo perdurante impaccio di specie pianistica nel trattare il violino e insieme per le dure esigenze imposte alla mano sinistra dalle doppie corde o dagli ampi intervalli, che ne fecero, un tempo, un emblema di antiviolinismo, appunto perciò utile dal lato tecnicistico”.

    Emblematiche furono anche alcune stroncature dell'epoca che, tuttavia, mettevano in luce proprio il carattere fortemente innovativo del Concerto, non ancora del tutto accessibile alla critica del tempo. L'opera fu definita di volta in volta una “Sinfonia con violino obbligato”, un “Concerto contro il violino”, secondo una celebre battuta di Hans von Bülow, o ancora un “Concerto tra violino e orchestra in cui alla fine vince l’orchestra”. Soltanto nel Novecento il brano fu pienamente rivalutato, venendo consacrato come un capolavoro assoluto del repertorio violinistico, da affiancare ai monumentali concerti di Beethoven, Mendelssohn e Čajkovskij.

    Il Concerto op. 77, al pari dei due concerti per pianoforte di Brahms, presenta un’impostazione sinfonica dalle proporzioni monumentali. Il primo movimento, Allegro non troppo, in forma-sonata, mostra sin dalle prime battute la sua natura sinfonica attraverso tre temi, il primo dei quali si distingue per i toni di accentuato lirismo e grande cantabilità. Ad esso si contrappone l’entrata del violino solista, che si impone con una scrittura energica e idonea a esaltare le caratteristiche tecniche dello strumento. Il tessuto sinfonico raggiunge il suo culmine nello sviluppo, dove i temi vengono sottoposti a un’elaborazione tematica estremamente complessa. Il secondo movimento, Adagio, presenta un'impostazione classica con una struttura formale tripartita (A-B-A). Suggestiva e poetica è la melodia d’apertura di carattere pastorale che, secondo Max Bruch, deriverebbe da una vecchia canzone boema. Affidata interamente all’oboe, questa splendida pagina scatenò la celebre e un po’ maligna battuta del virtuoso Pablo de Sarasate, il quale affermò: “Non posso negare che si tratti di buona musica. Ma non potete certo pensare che io sia così privo di buon senso da salire sul palco, con il violino in mano, per ascoltare un oboe che nell’Adagio esegue l’unica melodia di tutto il Concerto!”

    Un intenso lirismo attraversa la sezione centrale del movimento, mentre la conclusione, dai toni soffusi e affidata al timbro dolce dei fiati, evoca un'atmosfera sospesa in cui, come notato dallo studioso Kraemer, sembra davvero di respirare l’aria tiepida del lago di Wörth. Di grande respiro sinfonico è anche il finale, Allegro giocoso, ma non troppo vivace. Il solista introduce immediatamente un tema di carattere tzigano, eroico e rude al tempo stesso, che fu ritenuto da Joachim quasi ineseguibile per via del serrato contrasto con l’orchestra. Vivace e marcato è anche il secondo tema, mentre il terzo si rivela estremamente dolce e melodico. L'intero movimento si configura come un brillante Rondò nel quale il solista può finalmente dispiegare tutto il suo slancio e le sue doti virtuosistiche.

    Duration: 37'

    Pëtr Il'ič Čajkovskij
    Votkinsk, 1840 - San Pietroburgo, 1893

    Lo Schiaccianoci, suite dal balletto op. 71a

    1. Ouverture miniatura (Allegro giusto) 
    2. Marcia (Tempo di marcia viva) 
    3. Danza della fata confetto (Andante non troppo) 
    4. Danza russa (Tempo di Trepak, molto vivace) 
    5. Danza araba (Allegretto)
    6. Danza cinese (Allegro moderato) 
    7. Danza degli zufoli (Moderato assai
    8. Valzer dei fiori (Tempo di valse)

     

    Ultimo dei tre balletti composti da Čajkovskij, Lo Schiaccianoci è uno dei più grandi e famosi capolavori del genere. La sua fortuna, al pari di altre opere del compositore russo, è cresciuta negli anni contro ogni previsione, soprattutto se si pensa al successo contrastato della prima rappresentazione. Composto fra il 1891 e il 1892, il balletto si basa sull’adattamento teatrale di Alexandre Dumas padre del celebre racconto di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, Lo schiaccianoci e il re dei topi. L’opera fu rappresentata per la prima volta al Teatro Marijnskij il 6 dicembre 1892 (secondo il calendario giuliano), nella stessa serata dell’opera Iolanta. Il debutto fu accolto in modo tiepido e contrastante dalla critica, divisa tra chi lo censurò e chi, invece, lo esaltò paragonandolo persino a Evgenij Onegin. Questo giudizio severo non toccò tuttavia la musica: la Suite orchestrale, tratta dal balletto ed eseguita in anteprima il 7 marzo dello stesso anno a Pietroburgo, era stata infatti accolta dal pubblico con uno strepitoso trionfo. 

    La Suite si compone di otto brani, dei quali i primi due sono tratti dal primo atto e i restanti sei dal secondo. Il primo brano, l’Ouverture miniatura, è caratterizzato da una strumentazione singolare che esclude i suoni gravi (violoncelli e contrabbassi), conferendo alla pagina un’atmosfera arguta, leggera e fiabesca. Lo squillo delle trombe e dei corni, supportati dai clarinetti, apre invece il secondo brano, la Marcia, tratto dalla scena del primo atto in cui fanno il loro ingresso i bambini e il presidente Stahlbaum; qui la gioia festiva dei piccoli è resa perfettamente dal motivo saltellante dei violini. Lo strumento protagonista del terzo brano, la Danza della Fata Confetto, è la celesta, inventata nel 1886 a Parigi da Victor Mustel. Čajkovskij, affascinato dal suono cristallino di questo nuovo strumento scoperto durante un soggiorno in Francia, decise di farlo portare in Russia quasi di nascosto, nel timore che i colleghi Rimskij-Korsakov e Glazunov potessero precederlo nell’utilizzarlo. Alla celesta è affidato un tema luminoso e ipnotico, sostenuto da un delicatissimo accompagnamento degli archi in pizzicato. Di tutt’altra energia è il quarto brano, la Danza russa (Trepak), caratterizzata da un ritmo travolgente che culmina in un prestissimo conclusivo. Essa contrasta nettamente con la successiva Danza araba, evocatrice di atmosfere esotiche, notturne e sensuali, il cui tema lamentoso è affidato ai clarinetti e al corno inglese su un sommesso tappeto degli archi. La Danza cinese si segnala per l’arguta e raffinata strumentazione in cui spiccano il timbro guizzante del flauto e il fitto sgranarsi dei fagotti in staccato, alternati ai contrattempi dei violini. Protagonisti della Danza degli zufoli (o Danza dei pastorelli) sono invece tre flauti che, richiamando una piccola orchestra pastorale a fiato, ricamano un tema virtuoso su un leggero accompagnamento degli archi. La Suite si conclude con il celeberrimo Valzer dei fiori, una delle pagine più note dell’intera storia del balletto. Dopo una solenne introduzione dell’arpa, prende corpo il famoso tema principale, strutturato su un elegante dialogo tra i corni, che espongono la melodia di proposta, e gli archi, che rispondono con una distesa e cantabile frase melodica.

    Duration: 22'

    Il lago dei cigni, suite dal balletto op. 20a

    Introduzione

    Valzer

    Danza dei cignetti

    Danza della regina dei cigni

    Scena

    Danza ungherese

    Scena

     

    Composto tra il mese di agosto del 1875 e il 22 aprile 1876, Il lago dei cigni, primo dei tre balletti di Čajkovskij, alla prima rappresentazione avvenuta il 20 febbraio 1876 non ebbe un grande successo tanto che dopo due riprese, rispettivamente nel 1880 e nel 1882, uscì dal repertorio fino a quando il 27 gennaio 1895, due anni dopo la morte del compositore, si affermò definitivamente in un nuovo allestimento curato dal teatro Marijnskij di Pietroburgo grazie anche alle coreografie di Petipa e di Ivanov. In questa versione, inoltre, furono apportate alcune modifiche alla trama da parte di Modest, fratello del compositore, che rese più stretto il rapporto tra Odette e Odille. Nella versione originale Čajkovskij aveva dovuto accontentare due ballerine, Pelageja Karpakova e Anna Sobeščankaja, per le quali aveva aggiunto rispettivamente una Danse russe e un Pas de deux

    Il soggetto del balletto, ricavato dalla tradizione favolistica tedesca da un amico del compositore, Vladimir Begišev, narra dell’amore contrastato del principe Siegfried per Odette, una fanciulla trasformata in cigno insieme alle sue amiche dal nonno che aveva così voluto proteggerla dai sortilegi della matrigna, una strega sposata dal padre in seconde nozze. La ragazza, che di notte riprende le sembianze umane insieme alle sue amiche con le quali danza intorno al lago, può sfuggire alla malefica influenza della matrigna solo sposandosi. Di lei s’innamora perdutamente il principe Siegfried che, però, ad un ballo organizzato per scegliere la sua fidanzata resta affascinato dalla misteriosa e bellissima Odile, figlia del mago Rotbart che con le sue arti aveva soggiogato il giovane. Quando Rotbart sta per concedere la mano della figlia al principe, un volo di cigni ricorda a Siegfried l’antico amore per Odette che, tuttavia, non può più avere il naturale, prevedibile esito perché messo in discussione dal recente tradimento. Alla fine, durante un uragano, i due giovani vengono inghiottiti dalle acque del lago e, nella versione di Modest, appaiono uniti insieme in una vera e propria apoteosi trascendentale. 

    La suite, non ricavata dal balletto da Čajkovskij, è costituita, nella versione più diffusa, da sette brani che riassumono i momenti salienti della trama; si apre, infatti, con un’Introduzione, nella quale è evocata la leggenda della metamorfosi delle donne in cigno, a cui segue un suggestivo Valzer, punto culminante della festa al castello con la quale si celebra la maggiore età raggiunta dal principe. Tratte dal secondo atto sono: la Danza dei cignetti, che si segnala per una scrittura saltellante; la Danza della regina dei cigni, nella quale spiccano per il loro carattere virtuosistico le parti del violino e del violoncello e la Scena, nella quale i due protagonisti, dopo aver dichiarato il loro reciproco amore, sono costretti a separarsi al sopraggiungere dell’alba in quanto Odette deve ritornare nel lago per riprendere le sembianze di cigno. Tratta dal terzo atto è la Danza ungherese, momento culminante della festa al castello nella quale il principe sceglie come sua fidanzata Odile; nell’ultimo brano, corrispondente al Finale del balletto, vengono rappresentate situazioni contrastanti e drammatiche come la disperazione di Odette per il tradimento subito, l’uragano e la successiva quiete, mentre il cielo, ridiventato improvvisamente sereno, sembra un riflesso tangibile dello stato d’animo di Siegfried nel momento in cui ribadisce il suo amore per Odette.

     

    Riccardo Viagrande

    Duration: 25'