BOEMIA
TOMÁŠ NETOPIL direttore
LISE DE LA SALLE pianoforte
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Programma
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Johannes Brahms
Amburgo, 1833 - Vienna, 1897Concerto n. 2 in si bemolle maggiore per pianoforte e orchestra op. 83
Allegro non troppo
Allegro appassionato
Andante
Allegretto grazioso
Nel 1859, dopo la fredda indifferenza con cui il pubblico aveva accolto la prima esecuzione del suo Primo Concerto op. 15, Brahms scrisse al violinista Joseph Joachim: «Un secondo suonerà differente». Sarebbero passati ben ventidue anni prima che il compositore tenesse fede alla promessa. Fu solo nel 1878, infatti, durante un viaggio in Italia, che egli iniziò la gestazione del Secondo Concerto. La composizione richiese tre anni di lavoro e fu completata nell’estate del 1881, come si evince da una celebre e ironica lettera che Brahms inviò il 7 luglio di quell’anno all’amica Elisabeth von Herzogenberg: “Sto scrivendo un piccolo concerto per pianoforte con un piccolo scherzo molto grazioso. È in si bemolle e, benché questa sia un’ottima tonalità, temo di averla utilizzata troppo spesso”.
In realtà, l’opera è tutt’altro che esile: si tratta del più monumentale concerto per pianoforte scritto dopo l’Imperatore di Beethoven, strutturato insolitamente in quattro movimenti anziché nei tre canonici della tradizione classica e romantica. Appena terminata la partitura, Brahms ne suonò un arrangiamento per due pianoforti insieme a un collega davanti a una ristretta cerchia di amici, di cui faceva parte il severo critico Eduard Hanslick, riscuotendo un tale consenso da spingere il celebre direttore Hans von Bülow a invitarlo a eseguirlo con la sua prestigiosa orchestra a Meiningen. Dopo aver rifinito gli ultimi dettagli, Brahms presentò il concerto al pubblico il 9 novembre 1881 alla Redoutensaal di Budapest, sotto la direzione di Sándor Erkel. Questa volta il successo fu immediato. Lo stesso autore si rese conto della profonda maturazione rispetto al Primo Concerto. Il secondo mette in mostra una scrittura sinfonica straordinariamente solida e un’orchestrazione raffinata, frutto dell’esperienza acquisita negli anni precedenti con la composizione di due sinfonie, due ouverture, del Concerto per violino e di importanti pagine da camera. Il rapporto tra il solista e l’orchestra appare perfettamente equilibrato, in quanto il pianoforte non è un protagonista assoluto votato al virtuosismo fine a se stesso, ma dialoga alla pari con la massa orchestrale, pur dovendo affrontare passaggi di “trascendentale” difficoltà tecnica tra ottave e seste.
Il primo movimento, Allegro non troppo, è in forma-sonata con doppia esposizione e si apre in modo del tutto insolito con un tema calmo e solenne che, esposto dal corno solo, riceve l’immediata risposta del pianoforte in un dialogo intimo e grandioso. Un’ampia e vigorosa cadenza del solista introduce poi il vero e proprio ingresso dell’orchestra a pieno organico, che riespone il tema principale. A questo si contrappone il secondo tema, appassionato e cantabile, affidato agli archi, seguito da un’idea secondaria che rivestirà una grande importanza nello sviluppo. La ripresa orchestrale amplia notevolmente gli elementi drammatici fino a sfociare nella coda. Il fitto lavoro tematico e motivico si riallaccia direttamente al classicismo viennese e a Beethoven. Tuttavia, Brahms supera i suoi predecessori espandendo la forma-sonata e integrando le sezioni in un flusso formale continuo e innovativo. Il secondo movimento, Allegro appassionato, definito ironicamente da Brahms «un piccolo filo di uno scherzo», è in realtà un’imponente e drammatica struttura sinfonica tripartita in re minore. Si apre con un tema vigoroso ed energico del pianoforte che dialoga serratamente con l’orchestra, seguito da un secondo motivo più lirico degli archi, poi ripreso dal solista. La sezione centrale (il Trio), che evoca il ritmo e il carattere di una danza popolare, presenta un tema saltellante e fortemente ritmico affidato prima ai violini, poi a corni e violoncelli, per poi contagiare l’intera orchestra prima del ritorno della sezione iniziale. Di carattere intensamente lirico e quasi religioso è il terzo movimento, Andante, strutturato nella forma di un Lied tripartito (A-B-A) in cui due episodi simmetrici racchiudono una brevissima sezione centrale, Più adagio. Il movimento è celebre per lo struggente e celeberrimo assolo del violoncello che introduce e conclude il brano, dialogando con il pianoforte in un’atmosfera di assoluta intimità. Il finale, Allegretto grazioso, è un classico Rondò dominato dal contrasto tra due temi principali. Il primo, leggero e aggraziato, si muove su movenze di danza, mentre il secondo assume toni più nostalgici e struggenti. La trascinante sezione conclusiva richiede al solista una straordinaria agilità e una brillantezza espressiva assoluta.
Duration: 45'
Antonín Dvořák
Nelahozeves 1841 - Praga 1904Sinfonia n. 8 in sol maggiore “Inglese” op. 88
Allegro con brio
Adagio
Allegretto grazioso - Molto vivace
Allegro ma non troppo
Composta in brevissimo tempo tra il 26 agosto e l’8 novembre del 1889 e dedicata all’Accademia boema di Scienze, Lettere e Arti dell’Imperatore Francesco Giuseppe come ringraziamento per la sua elezione a membro dell’istituto, l’Ottava sinfonia di Dvořák è, insieme alla Nona, uno dei suoi lavori sinfonici più popolari e originali. Come affermato dallo stesso autore, con questa composizione Dvořák intese scrivere un’opera diversa dalle sue precedenti sinfonie, sviluppando idee personali in modo del tutto nuovo. Eseguita per la prima volta a Praga il 2 febbraio 1890 sotto la direzione del compositore, la Sinfonia si distingue per il largo uso di temi ispirati alla musica popolare slava (più che magiara) e per un’abbondanza di materiale melodico tale da lasciare perplesso persino Brahms. Quest’ultimo, pur essendo amico e mentore di Dvořák, stroncò con poca delicatezza la composizione, giudicandola frammentaria, ricca di troppi elementi secondari e priva di un reale rigore formale. In realtà, Brahms aveva notato proprio quella libertà strutturale che contraddistingue l’opera e che, lungi dall’essere un difetto, testimonia la felice direzione intrapresa dalla ricerca compositiva del maestro boemo. Dal punto di vista musicale, appare sorprendente già l’attacco del primo movimento (Allegro con brio). Pur essendo la sinfonia in sol maggiore, esso si apre con un tema in sol minore dal carattere lirico e malinconico, esposto da violoncelli, corni, clarinetti e fagotti. La tonalità d’impianto viene affermata solo successivamente con l’esposizione del secondo tema, affidato al flauto, che per il suo carattere bucolico ricorda il canto degli uccelli. Il primo movimento, che si nutre del contrasto tra queste idee tematiche, sembra quasi rappresentare la gioia del compositore di fronte ai colori e ai suoni della natura in un ambiente slavo, tra feste di paese, e si chiude con una breve ed energica coda. Di carattere sognante e a tratti drammatico è il secondo movimento, Adagio, che per certe atmosfere ricorda una nota composizione pianistica dello stesso Dvořák intitolata Il vecchio castello (dalla raccolta Quadri poetici op. 85). Il terzo movimento, Allegretto grazioso, si nutre invece del contrasto tra il sinuoso incedere di valzer della sezione iniziale e il carattere tipicamente popolare e boemo del Trio (un movimento che sfocia in un brioso Molto vivace nel finale). L’ultimo movimento, Allegro ma non troppo, formalmente riconducibile a un tema con variazioni, si apre con una celebre fanfara di trombe. Come amava ricordare il grande direttore ceco Rafael Kubelík durante le prove: «In Boemia le trombe non chiamano mai alla guerra, chiamano sempre alla danza!». Dopo la fanfara, i violoncelli espongono il tema principale del movimento, un flusso melodico all’interno del quale si inseriscono variazioni di straordinaria inventiva, calore e dinamismo.
Riccardo Viagrande
Duration: 38'