MEMORIA E MODERNITÀ
FABIO MASTRANGELO direttore
ARSENII MOON pianoforte
ERNESTO MARCIANTE voce
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Programma
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Simone Piraino
Palermo 1985Abun per voce maschile, violino e orchestra
Composto nel 2018 ed eseguito per la prima volta il 16 settembre dello stesso anno presso la Galleria d’Arte Moderna di Palermo in occasione dell’VIII Festival Internazionale di Palermo Classica — con Rocco Tarantino (voce), Gioacchino Di Stefano (violino) e la Palermo Classica Symphony Orchestra diretta da Carmelo Caruso —, Abun, la preghiera del Padre nostro in lingua aramaica (la stessa parlata da Gesù Cristo), rispecchia musicalmente e umanamente la poetica del compositore palermitano Simone Piraino, del quale è stato eseguito dalla Sinfonica Siciliana, l’anno scorso, in prima assoluta, Canto notturno.
Scritto per voce maschile, violino concertante e grande orchestra, e dedicato alle vittime di tutte le guerre, il brano è particolarmente legato a uno stile minimal non rigido, basato sulla ripetizione del numero 3, simbolo della Trinità. La prima parte di ‘Abun (A) è affidata contemporaneamente alla voce e al violino in un crescendo emotivo in cui le sezioni dell’orchestra hanno ingressi separati: la voce, nel range di una quinta giusta (il 5, altro numero fondamentale nella simbologia cristiana), dal Si al Fa#, canta la prima sezione della preghiera partendo dall’incipit tematico (Si-Do#-Re), quasi a voler invocare il “Si-Gno-Re” (‘Abun, appunto); il violino la accompagna esponendo dapprima, come riflesso della totalità, la scala di Si minore e successivamente una linea melodica tendente all’acuto (all’Alto) che riespone il tema iniziale della voce. Giunti al culmine con l’ingresso di tutte le sezioni dell’orchestra, si entra nella nuova sezione (B), in cui il ricochet del violino concertante emerge su un gioco di accenti sfalsati tra le figurazioni degli archi che riprendono il tema principale. È il dramma umano della libertà, dettato dalle parole “sia fatta la Tua volontà”. È questo un gioco che si conclude nell’ipotesi positiva, un abbraccio di pace, della terza sezione (C). Quest’ultima si presenta con una struttura simile ma mai uguale (come la quotidianità della vita e i suoi “imprevisti”), scandita dai bassi; in essa, tra le parole della seconda parte del Padre nostro — dolcemente intonate dalla voce maschile —, viole, violini II, violini I e violino concertante entrano a canone seguendo un incipit dato da un’unica nota: il Re, il cui nome italiano altro non è che il sinonimo del “Padre” (Re) nella Bibbia. Il brano si conclude con la ripetizione salmodica del Padre nostro e un crescendo melodico ed enfatico a cui partecipa l’intera orchestra, per poi chiudersi con l’urlo, drammatico ma pacifico, della nota Re sovracuta al violino, ovvero la terza — nuovamente il numero 3 — dell’accordo di Si minore.
Duration: 10'
Sergej Sergeevič Prokof'ev
Soncovka 1891 - Mosca 1953Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in sol minore op. 16
Andantino
Scherzo. Vivace
Intermezzo. Allegro moderato
Finale. Allegro tempestoso
«Un giovanotto che potrebbe sembrare appena uscito da un liceo prestigioso si avanza sul podio. È Sergej Prokof’ev. Si siede al pianoforte e pare spolverare i tasti dello strumento o percuoterli a casaccio, provocando note acute e note gravi. Ha un tocco secco e aspro. Il pubblico è sconcertato. Si sentono mormorii di indignazione. Una coppia si alza e raggiunge l’uscita: “Questa musica provoca la pazzia!” La sala si svuota. Il giovane artista termina il suo concerto con una dissonante combinazione di ottoni. L’auditorio è scandalizzato; la maggioranza fischia. Con un inchino beffardo Prokof’ev prende nuovamente posto alla tastiera e ricomincia a suonare. Il pubblico scappa verso l’uscita esclamando: “Al diavolo tutta questa musica futurista! Siamo venuti per divertirci. I gatti sui tetti fanno musica migliore di questa!”, mentre il pubblico progressista, affascinato, tenta di mettere il primo a tacere esclamando: “Questa è l’opera di un genio! Che freschezza! Che novità! Che temperamento! Che originalità!”».
A un autentico fiasco, solo leggermente mitigato dai cosiddetti “progressisti”, come riportato dal giornalista della «Peterburgskaja gazeta», andò incontro il Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in sol minore op. 16 di Prokof’ev alla prima esecuzione, avvenuta a Pavlovsk il 5 settembre 1913. Eppure, in quell’infausta serata, ci fu chi, come il critico Vjačeslav Gavrilovič Karatygin, comprese il valore di questo lavoro giovanile. Sull’«Apollon» del 25 settembre 1913 scrisse infatti: «Tra dieci anni il pubblico farà ammenda per i fischi di ieri con un applauso unanime per un compositore che diventerà famoso e godrà di reputazione europea».
Dieci anni dopo, e con l’esperienza del Terzo Concerto per pianoforte sulle spalle, Prokof’ev ritornò su questa partitura, rivedendola al punto tale che, come egli stesso affermò in una lettera indirizzata a Nikolaj Mjaskovskij, ne era uscito «qualcosa di simile a un quarto concerto». In questa nuova versione, la composizione fu eseguita con successo a Parigi l’8 maggio 1924, con l’autore al pianoforte e Serge Koussevitzky sul podio. In effetti il Concerto, anche nella sua forma rivista, presenta aspetti ascrivibili alla cosiddetta “musica futurista”, nell’accezione generica attribuita a questo termine per molti anni dopo la nascita del Futurismo e richiamata nell’articolo citato. In esso ci sono, infatti, dissonanze metalliche, ossessive ripetizioni di accordi e, a livello strutturale, una cadenza lunghissima e la scelta di articolare il brano in ben quattro movimenti anziché nei tre canonici. Il primo movimento (Andantino) si apre con una lunga sezione di carattere meditativo e sognante in cui il pianoforte espone un tema lirico, al quale si contrappone un secondo motivo grottesco e marcato sul piano ritmico (Allegretto). Proprio qui si trova la celebre cadenza, talmente ampia da occupare quasi la metà dell'intero movimento. Segue il secondo movimento (Scherzo. Vivace), un brevissimo pezzo basato su figurazioni meccaniche del pianoforte che si ripetono freneticamente, quasi come in una toccata barocca. Il terzo movimento (Intermezzo. Allegro moderato) si apre invece con un ostinato al basso e, con la sua atmosfera di danza macabra, risulta una pagina talmente beffarda e aspra da provocare sconcerto al primo ascolto. Infine, il Finale (Allegro tempestoso) vive dello stridente contrasto tra la travolgente vitalità ritmica della parte iniziale e una triste melodia cantabile eseguita dal solista, al quale si unisce progressivamente l’orchestra per concludere il concerto in modo magniloquente.
Duration: 30'
Giuseppe Martucci
Capua 1856 - Napoli 1909Sinfonia n. 2 in fa maggiore op. 81
Allegro moderato
Scherzo: Allegro vivace
Adagio ma non troppo
Allegro
Famoso pianista e direttore d’orchestra, Giuseppe Martucci ricevette dal padre trombettista le prime nozioni musicali, per poi proseguire gli studi presso il Conservatorio di Napoli. Qui fu allievo di Beniamino Cesi per il pianoforte e di Paolo Serao per la composizione. Lasciato il Conservatorio nel 1871, intraprese una fortunata carriera concertistica a livello internazionale. Nel 1880 ottenne la cattedra di pianoforte proprio al Conservatorio di Napoli, che mantenne fino al 1885, anno in cui successe a Mancinelli nella direzione del Liceo Musicale di Bologna e nella carica di maestro di cappella in San Petronio. In seguito ottenne la direzione del Conservatorio di Napoli, senza mai trascurare l’attività di concertista e di direttore d’orchestra. Come compositore, Martucci contribuì alla rinascita della musica strumentale in un’Italia in cui imperava l’opera lirica, ricollegandosi alla grande tradizione del sinfonismo europeo di Beethoven, Schumann e Brahms. Ciò appare evidente nella Sinfonia n. 2 in fa maggiore op. 81, composta tra il luglio del 1899 e l’11 settembre del 1904, ed eseguita per la prima volta al Conservatorio di Milano l’11 dicembre del 1904 sotto la direzione dell’autore.
Il primo movimento, Allegro moderato, è in forma-sonata, con un primo tema che si sviluppa a poco a poco passando dai legni (fagotto e flauto) agli archi. Ad esso si contrappone un secondo tema, di carattere più intimo e malinconico, esposto dai clarinetti. Particolarmente elaborato è lo sviluppo in cui i due temi si fondono, mentre nella ripresa il primo tema è avvolto dalle ondulazioni dei violini. Aperto da un dolce tema intonato dal primo corno, il secondo movimento, Scherzo, che si collega al primo tramite il ritorno di incisi tematico-ornamentali, si anima poi con l’ingresso degli archi, cedendo il passo a un’atmosfera più nostalgica nel Trio. Anche il terzo movimento, Adagio ma non troppo, caratterizzato da un lirismo che ricorda altre celebri composizioni di Martucci come il Notturno o il Larghetto, si collega ai precedenti. Ciò è evidente nel disegno melodico della seconda frase del clarinetto, marcando così una forte unità strutturale all’interno della sinfonia. Infine, l’ultimo movimento, Allegro, è una pagina brillante e matura che si segnala per la grande varietà dell’orchestrazione.
Riccardo Viagrande
Duration: 44'