INNO ALLA GIOIA

HARTMUT HAENCHEN direttore

  • Place

  • Politeama Garibaldi - Palermo

  • Day

    Time

    Duration

    Price

     

  • Giorno

    Friday
    26 March 2027

    Ore

    20,30

    Durata

    71min.

    Prezzi

    - €

    Calendario

EWA VESIN soprano                       

ANNALISA STROPPA mezzosoprano             

TUOMAS KATAJALA tenore                         

MARKUS EICHE baritono

SALVATORE PUNTURO maestro del coro                    

Coro del Teatro Massimo di Palermo   

In collaborazione con la Fondazione Teatro Massimo di Palermo

  • Programma

  • Ludwig van Beethoven
    Bonn, 1770 - Vienna, 1827

    Sinfonia n. 9 in re minore op. 125

    Allegro ma non troppo, un poco maestoso 

    Molto vivace 

    Adagio molto e cantabile, Andante moderato, Adagio 

    Finale: Presto, Recitativo, Allegro assai, Presto, Recitativo, Allegro assai, Allegro assai vivace alla marcia, Andante Maestoso, Allegro energico sempre ben marcato, Allegro ma non tanto, Poco adagio, Prestissimo

     

    “L’ultima sinfonia di Beethoven è la redenzione della musica dal suo elemento più peculiare verso l’arte universale. È il vangelo umano dell’arte dell’avvenire. Dopo di essa non è possibile alcun progresso, perché non può seguirla immediatamente che l’opera più perfetta: il dramma universale, di cui Beethoven ci ha fornito la chiave artistica” (Richard Wagner, L’opera d’arte dell’avvenire, Lipsia, 1849).

    Queste parole di Wagner, che suonano come una profezia nefasta per il genere sinfonico, pur smentite dai fatti e dalla grande stagione sinfonica che ebbe in Brahms, Strauss, Bruckner e Mahler alcuni importanti protagonisti, rivelano, tuttavia, la difficile eredità lasciata da Beethoven con questo lavoro dalle proporzioni monumentali. La dilatazione dei singoli movimenti e l'organico senza precedenti ne sono la prova. Oltre al coro e ai solisti, la partitura contempla la presenza di quattro corni (contro i due solitamente presenti nelle partiture sinfoniche classiche), tre tromboni e un’ampia sezione di percussioni mai utilizzata prima. Nessun compositore, infatti, poté prescindere dalla lezione offerta da Beethoven con la Nona sinfonia. Se Mahler partì dal carattere monumentale di quest’opera per costruire poderose architetture musicali, Strauss, molto probabilmente, si ricordò dell’impostazione in fieri del primo blocco tematico di questa sinfonia quando si accinse a comporre il tema iniziale del suo Also sprach Zarathustra (Così parlò Zarathustra). Eseguita per la prima volta a Vienna al Teatro di Porta Carinzia il 7 maggio 1824 con un notevole successo, di cui Beethoven, ormai completamente sordo, si rese conto soltanto quando il soprano Henriette Sonntag gli indicò la folla acclamante, la Nona sinfonia fu composta nel triennio che va dal 1822 al 1824. I primi abbozzi, dei quali i più importanti riguardano il tema del Finale, risalgono, tuttavia, al 1793, come si evince da una lettera del Consigliere di Stato B. Fischenich indirizzata alla figlia di Schiller, nella quale si fa cenno alla volontà di Beethoven di musicare l’Ode alla gioia del padre. Al 1795 risale, inoltre, la composizione di un Lied, la cui melodia conclusiva (Amore reciproco), riutilizzata in seguito nella Fantasia op. 80, anticipa quella dell’Inno alla gioia. Nel decennio che intercorre tra la composizione della Settima e dell’Ottava sinfonia, completate entrambe nel 1812, sembra che Beethoven lavorasse a due progetti distinti: una sinfonia “classica” in re minore per la Società Filarmonica di Londra e un’altra nella quale doveva essere introdotto un brano corale su un testo tedesco ancora non definito. Soltanto nel biennio 1823-1824 la sinfonia incominciò ad assumere la sua forma definitiva. Nel mese di ottobre del 1823, infatti, era stata completata la composizione dei primi tre movimenti ed entro il febbraio del 1824 anche l’ode schilleriana era conclusa. Questa sinfonia costituisce, quindi, il lavoro dell’intera vita del compositore, il quale la costruì a poco a poco in un continuo divenire che si configura come l’essenza stessa dell’opera. Dal suo ascolto si ricava l’impressione di un continuo passaggio dall’indeterminatezza e dall’imperfezione alla perfezione, dal dubbio alla certezza e alla perentoria affermazione della verità di un genio artistico che crea dal nulla, allo stesso modo del Caro padre celeste celebrato nel testo schilleriano dell’ode An die Freude (Alla gioia) su cui si costruisce il poderoso Finale. Tale sensazione è accentuata dal carattere unitario della sinfonia, che emerge ancor di più nelle svariate e molteplici forme assunte, nel corso dell’opera, dalla semplicissima idea iniziale che trova soltanto nel tema dell’Ode alla gioia la sua compiutezza. Tutto nasce da un intervallo di quinta che, nelle prime battute del primo movimento (Allegro ma non troppo, un poco maestoso), in forma-sonata, conferisce a questo celebre incipit uno stato di indeterminatezza, accentuato dall’assenza della terza dell’accordo. 

    Questo momento di indeterminatezza e quasi di incertezza sembra superato nella violenta esposizione del primo tema, declamato dall’intera orchestra con i toni aggressivi del ritmo giambico, all’interno del quale prende forma un semplice arpeggio dell’accordo di re minore. Tutto il primo movimento si costruisce in un continuo passaggio dall’indeterminato al determinato, e viceversa. L’apparente serenità che sembra aleggiare nell’arcadico secondo tema, intonato dai legni che dialogano a coppie senza alcun contrasto, si rivela, infatti, piuttosto labile e facilmente attaccabile dal dubbio che si insinua nello sviluppo, rivestendo inizialmente di forme sinuose, dolci e accattivanti la melodia del primo tema. Anche questa fase di dubbio e quasi di scetticismo ha, tuttavia, una vita molto breve ed è superata dalla perentoria ripresa dello stesso tema, che si afferma in re maggiore seguendo una caratteristica costante dell’intera sinfonia. In essa il contrasto tra tonalità maggiore e minore, metafora della contrapposizione dialettica tra dolore e gioia, è presente in tutti i movimenti della sinfonia (eccezion fatta per il terzo, scritto in si bemolle maggiore), ma si realizza pienamente soltanto nell’ultimo, dove la tonalità di re maggiore è saldamente affermata, a differenza degli altri movimenti in cui è solo sfiorata o limitata a una fugace apparizione. La tonalità di re minore, inoltre, fu utilizzata da Beethoven soltanto in un’altra composizione strutturalmente complessa: la Sonata op. 31 n. 2, nota con il titolo La tempesta, concepita in uno dei momenti più dolorosi della sua vita. La stesura di questa sonata, che dal punto di vista tonale segue un iter simile a quello della Nona, in quanto presenta il secondo movimento in si bemolle maggiore, fu composta nel 1802, anno in cui Beethoven, rendendosi conto dell'avanzare della sordità, aveva pensato al suicidio, come si legge nel drammatico testamento spirituale di Heiligenstadt (6-10 ottobre 1802): 

    «Quale umiliazione ho provato quando qualcuno, vicino a me, udiva il suono di un flauto in lontananza e io non udivo niente, o udiva il canto di un pastore e ancora io nulla udivo. Tali esperienze mi hanno portato sull’orlo della disperazione e poco è mancato che non ponessi fine alla mia vita». 

    Nella Tempesta la tonalità di re minore, simbolo dello stato di dolore e disperazione in cui versava Beethoven, permea di sé tutta l’opera non lasciando mai posto al re maggiore, che invece in questa sinfonia è sfiorato in quasi tutti i movimenti, compreso il secondo. Quest’ultimo, Molto vivace, contrariamente alla tradizione che prescriveva l’alternanza tra un tempo lento e uno veloce, è uno scherzo in sostituzione del solito Andante o dell’Adagio. Questa scelta potrebbe essere giustificata dalla volontà del compositore di alleggerire con un ritmo di danza l’atmosfera cupa e tormentata del primo movimento. Anche questo secondo movimento scaturisce dall’intervallo di quinta iniziale, in quanto questo rapporto intervallare è conservato sia nelle prime misure dell’introduzione sia nel tema del Trio, dove è presentato in una forma melodica che anticipa la struttura di quello dell’Inno alla gioia. Lo Scherzo, nella sua parte iniziale, si snoda in un ampio fugato che coinvolge gli archi. Il suo tema, esposto in minore, contrasta con il Trio che, come sempre, è in maggiore.

    Per il terzo movimento, Adagio molto e cantabile - Andante moderato, giustamente definito come la celebrazione della Sehnsucht (nostalgia/desiderio), Beethoven si avvalse del principio della variazione. Questo movimento presenta due temi diversi, entrambi malinconici, dei quali il primo, dopo una breve introduzione dei legni (fagotti e clarinetti), deriva ancora dall’intervallo di quinta, mentre il secondo, esposto dagli archi, a cui di tanto in tanto si uniscono i fagotti, il primo oboe e il flauto per sottolineare i punti più significativi, ha un carattere dolce che contrasta con quello meditativo del precedente. Il tema dell’Andante è così espressivo da indurre Arturo Toscanini, in uno dei concerti trasmessi dalla NBC, ad avvalersi di un gesto piuttosto inusuale, consistente nel porre il pollice della mano sinistra sul cuore per comunicare all’orchestra di attingere alla propria sensibilità, al fine di esprimere al meglio la malinconia che promana da quel passo. All’esposizione dei due temi seguono, in successione, le variazioni del primo e del secondo e una nuova variazione del primo, interrotta da uno squillo degli ottoni che turba l’apparente serenità del brano e desta l’ascoltatore dall’atmosfera sognante che domina il movimento.

    Il principio della variazione informa anche il famosissimo Finale, difficilmente classificabile da un punto di vista meramente formale se non fosse per il fatto che il tema dell’Ode, vero protagonista del movimento, è continuamente variato. Straniante e insolito è anche l’incipit di questo Finale per il suo carattere dissonante, ma teso a marcare una certa continuità con il movimento precedente, se non altro da un punto di vista tonale. La continuità con il resto della sinfonia è accentuata, inoltre, dall’insistenza sull’intervallo di quinta, presente anche nell’attacco dei violoncelli che espongono il recitativo affidato, in seguito, al baritono. Il carattere unitario della sinfonia, che a livello profondo è ottenuto dal compositore con l’insistenza sul suddetto intervallo, si manifesta qui anche a uno strato più superficiale con la ricapitolazione dei temi dei movimenti precedenti che interrompono il recitativo. A questo segue, nella solare tonalità di re maggiore, l’esposizione del tema dell’Inno alla gioia che, affidato inizialmente ai violoncelli e ai contrabbassi, passa gradualmente agli altri strumenti in una continua variazione che coinvolge le altezze e i timbri, per essere perorato in tutta la sua forza nella parte finale dai legni e dagli ottoni. L’intervallo di quinta alla base dell’intera sinfonia qui si dispiega nella sua forma melodica senza alcun indugio o ripensamento e, se la ripresa dello straniante incipit sembra riportare l’ascoltatore alla situazione iniziale, essa serve al compositore solo per introdurre il recitativo del baritono che intona i versi scritti dallo stesso Beethoven: «O Freunde, nicht diese Töne! sondern lasst uns angenehmere anstimmen» («Amici, non questi suoni! Intoniamone altri più gradevoli e gioiosi»), con cui il compositore invita tutti a cantare la parola «Gioia» che, come scrive ancora Wagner nel saggio citato in precedenza, era “necessaria, onnipotente, che tutto raccoglieva, ove la piena dei sentimenti che traboccano dal cuore poteva riversarsi intera; era il porto sicuro del viandante irrequieto, la luce che irradia la notte del desiderio infinito, la parola che l’uomo del mondo, redento, cacciò dal cuore dell’universo e che Beethoven pose come una corona ai culmini della sua creazione. “Gioia” era questa parola” (Richard Wagner, Op. cit.).

    E gioia è, infatti, la parola intonata dal baritono che Beethoven si augurava di poter pronunciare ancora una volta proprio nei giorni disperati di Heiligenstadt. Nel testamento si legge, infatti, questa preghiera: «O Provvidenza – concedimi ancora un giorno di pura gioia – Da tanto tempo ormai non conosco più l’intima eco della vera gioia – Oh quando – quando, Dio Onnipotente – potrò sentire di nuovo questa eco nel tempio della Natura e nel contatto con l’umanità? – Mai? – No! Oh, questo sarebbe troppo crudele».

    Questa crudeltà fu risparmiata a Beethoven. Se nei tragici giorni di Heiligenstadt sembrava impossibile per il compositore qualunque moto di gioia (come è dimostrato dalla permanenza nella Tempesta della tonalità di re minore), nella Nona il re maggiore dell’Inno diventa l’espressione di una felicità e di una serenità ormai pienamente raggiunte, derivate dalla consapevolezza di essere riuscito a comporre un capolavoro nonostante il grave handicap fisico. Sembra, inoltre, che Beethoven abbia voluto affermare una religione laica della gioia attraverso una scrittura che recupera, da una parte, la struttura responsoriale con il dialogo iniziale tra il solista e il coro che ripete «Freude!» («Gioia!») e, dall’altra, la tradizione luterana del corale con il coro che intona omoritmicamente il tema dell’inno. Il corale figurato, che caratterizza il nuovo ingresso del coro, non ha nulla da invidiare a quelli di Bach, a cui rimandano anche l’alto magistero contrappuntistico della prima variazione affidata ai solisti e l’alternanza tra le diverse masse vocali. Al coro rispondono, infatti, i solisti in un’interpretazione moderna e originalissima della struttura del concerto grosso di tipo barocco. La variazione Alla marcia, introdotta dai legni e dagli ottoni idonei a dare l’impressione di un complesso bandistico, vede come protagoniste le voci maschili, mentre il travolgente fugato affidato all’orchestra, che segue immediatamente, rappresenta un nuovo tributo da parte del compositore al contrappunto. L’episodio si conclude con un nuovo corale figurato in cui il tema viene ripreso nella sua interezza. Un momento di stasi, che interrompe il rapido fluire delle variazioni, serve al compositore per dare particolare risalto alla celebrazione di Dio, Caro Padre (Lieber Vater). Molto interessante è l’orchestrazione di questo passo, nel quale sono privilegiati i fiati in una scrittura che ricorda i timbri dell’organo. In questo modo viene accentuato il profondo sentimento religioso che informa la suddetta preghiera e si esprime in una tensione verso il cielo, quasi toccato dalla musica con gli strumenti e le voci che si inerpicano nelle zone più acute e impervie delle loro tessiture. Dopo la preghiera la musica riprende il suo vorticoso movimento in una nuova fuga in cui il tema si presenta variato per l’ennesima volta. Il vortice si anima ancor di più nell’Allegro ma non tanto, dove il tema della gioia è variato in un giubilo di suoni e di voci a cui fa da contraltare la cadenza ieratica (Poco adagio) affidata ai solisti. La coda è costituita da un vorticoso Prestissimo che ha solo un momento di stasi quando il coro esalta in forma solenne la gioia. L’orchestra riprende il suo giubilante Prestissimo con una nuova variazione del tema della gioia che, in un folgorio di timbri e di sonorità, conclude il brano ribadendo la vittoria della gioia sulla tristezza e sul male nel solare re maggiore del tema. Quest’ultimo movimento rappresenta una mirabile sintesi della grande tradizione tedesca, dal momento che in esso sono presenti il corale protestante, la fuga, particolarmente amata dai compositori tedeschi, e, infine, il concerto grosso, la cui presenza è evidente nel continuo alternarsi tra masse piccole e grandi. In quest’ultimo movimento la tonalità minore è limitata soltanto all’inizio, quando ancora la grande struttura corale non aveva preso forma, ed è sostituita da quella di si bemolle maggiore e re maggiore che conclude il brano affermando il trionfo della gioia. Parafrasando l’andamento del primo movimento, si può dire che la Nona Sinfonia è in re minore, ma non troppo.

     

    Riccardo Viagrande

    Duration: 71'

Sinfonia n. 9 testo con traduzione italiana