Berlioz, Čajkovskij & Rachmaninov

Duncan Ward, direttore

Barry Douglas, pianoforte

  • Luogo

  • Politeama Garibaldi

  • Giorno

    ora

    Durata

    Prezzo

     

  • Giorno

    Venerdì
    08 Marzo 2019

    Ore

    21,00

    Durata

    110min.

    Prezzi

    18 - 35 €

    Calendario

  • Giorno

    Sabato
    09 Marzo 2019

    Ore

    17,30

    Durata

    110min.

    Prezzi

    18 - 35 €

    Calendario

17° Concerto in abbonamento

Direttore:
Duncan Ward

Pianoforte:
Barry Douglas

Una carrellata su tre grandi nevrotici della musica che spazia su due secoli: Berlioz con una ouverture tratta dalla sua opera sul grande scultore italiano come specchio di se stesso, artista geniale e incompreso; Čajkovskij con uno dei più celebri concerti per pianoforte e orchestra, di virtuosismo così complesso e spinto da esser stato considerato ineseguibile dal suo dedicatario; Rachmaninov, anche lui vittima di depressioni e nevrosi, che con le sue Danze Sinfoniche prolunga lo spirito romantico al 1940.

  • Programma

  • Hector Berlioz
    La Côte-Saint-André, 1803 - Parigi, 1869

    Benvenuto Cellini, ouverture

    Benvenuto Cellini, ouverture

    Allegro deciso con impeto, Larghetto, Allegro deciso con impeto, Animato

     

    A differenza di molti compositori le cui opere sono quasi scomparse dai repertori teatrali dopo la loro morte, Berlioz ebbe una fortuna opposta, in quanto le sue ebbero una certa rivalutazione solo verso la fine del XIX e nel XX sec. soprattutto in occasione del centenario della sua morte. Le sue opere, ad eccezione di Benvenuto Cellini, la cui prima rappresentazione fu un fiasco, non poterono vantare premières nei teatri parigini; soltanto negli ultimi decenni dell’Ottocento Les Troyens sarebbero approdate, infatti, all’Opéra. Nei suoi lavori teatrali Berlioz cercò di realizzare il suo progetto della totalità sonora ponendosi come anticipatore della musica moderna per la ricchezza dei contrasti, per la varietà delle situazioni musicali, per l’ampliamento strumentale che, nello stesso tempo, sembrano esprimere la sua personalità ricca di contraddizioni oscillante fra entusiasmi e depressione. Probabilmente fu proprio questo carattere moderno che non piacque al pubblico ancorato alle vecchie tradizioni.

    Del 1838 è la prima opera, Benvenuto Cellini che, rappresentata all’Opéra di Parigi il 10 settembre sotto la direzione di Habeneck ebbe una fredda accoglienza, come ricordato con una certa amarezza dallo stesso compositore nei suoi Mémoires: «Il pubblico rese all'ouverture un successo esagerato, e fu fischiato tutto il resto all'unanimità e con un'energia ammirevole». L’opera, pur trovando in seguito tra i suoi estimatori Franz Liszt che nel 1852 ne mise in scena una nuova versione approntata da Berlioz, non riscosse mai il successo sperato dal compositore francese che, tuttavia, aveva creduto in questa partitura forse troppo moderna per essere compresa ed eseguita in modo corretto nel 1838. Non tutto il pubblico e la critica, però, si schierarono contro Berlioz che fu confortato dalle parole del grande scrittore Victor Hugo il quale gli scrisse in una lettera: «Cantate, voi che siete fatto per cantare, e lasciate gridare quelli che sono fatti per gridare».

    Pagina molto sfolgorante e ricca anche dal punto di vista delle scelte orchestrali nelle quali Berlioz eccelleva, la celeberrima ouverture, che si è affermata nelle sale da concerto, ha una struttura formale simile a quella di altre ouvertures del compositore francese con una parte centrale lenta incastonata da due sezioni di grande vitalità ritmica. Aperta, infatti, da un tema travolgente e festoso che rappresenta il clima del carnevale, l’ouverture prosegue nella sezione centrale con il tema solenne del cardinale A tous péchés pleine indulgence del terzo atto, e, infine, si conclude con la ripresa ampiamente sviluppata della sezione iniziale.

    Durata: 11'

    Pëtr Il'ič Čajkovskij
    Votkinsk, 1840 - San Pietroburgo, 1893

    Concerto n°1 in si bemolle minore op.23 per pianoforte e orchestra

    Allegro non troppo e molto maestoso, Allegro con spirito

    Andantino semplice, Prestissimo, Tempo I

    Finale (Allegro con fuoco)

     

    “Nel dicembre 1874 ho scritto un concerto per pianoforte. Dato che non sono un pianista, avevo bisogno di rivolgermi a un virtuoso, uno specialista, che mi indicasse, relativamente alla tecnica, ciò che fosse faticoso, di difficile esecuzione, privo di effetto e così via. Mi serviva un critico severo, ma allo stesso tempo, ben disposto nei miei confronti... Devo dire chiaramente che una voce interiore protestava contro la scelta di Rubinštejn come giudice dell’aspetto tecnico della mia composizione. Sapevo che non si sarebbe lasciato sfuggire l’occasione per comportarsi in modo dispotico. Ciò nonostante, egli non solo è il primo pianista moscovita, ma è certamente un pianista superiore. Così, sapendo in anticipo che si sarebbe profondamente offeso se fosse venuto a sapere che l’avevo scavalcato, l’ho invitato ad ascoltare il concerto e a fare delle osservazioni a proposito della parte pianistica. Era la vigilia di Natale del 1874. Quella sera eravamo entrambi invitati alla festa di Albrecht; Rubinštejn ha proposto di provare in una delle classi del Conservatorio prima della festa. Così abbiamo fatto. Mi sono presentato con il mio manoscritto e dopo di me Rubinštejn  con Hubert. Ho suonato il primo movimento. Neanche una parola, non un solo commento! Quanto è stupida e insopportabile la posizione di una persona che presenta a un suo amico un piatto di sua preparazione, e quello lo mangia e tace! Almeno qualcosa, anche una stroncatura amichevole, per l’amor di Dio, anche una sola parola di simpatia, seppure non d’elogio! Rubinštejn  affilava gli artigli e Hubert aspettava che si chiarisse la situazione per schierarsi da questa o quella parte. […] Il silenzio eloquente di Rubinštejn era gravido di significati. Armatomi di pazienza, l’ho suonato fino alla fine. Ancora silenzio. Mi sono alzato e ho chiesto: «Ebbene?». Allora dalle labbra di Rubinštejn è sgorgato un torrente di parole, dapprima tranquille, poi sempre più simili a un profluvio di Giove tonante. Pareva che il mio concerto non valesse niente, che suonarlo non fosse possibile, che i passaggi fossero banali, irrimediabilmente goffi, che la composizione stessa fosse pessima e volgare, che io avessi rubato di qua e di là e che ci fossero solo due o tre pagine da poter tenere, mentre il resto bisognava gettarlo via oppure rifarlo completamente. “Ecco, per esempio, questo che cosa è? (e di quel passaggio faceva la caricatura). E questo? Come può essere possibile!”». E così via. […] Non ero solo attonito, ma anche offeso da tutta questa scena. Sono uscito tacendo dalla stanza e sono andato di sopra. Non potevo parlare dall’agitazione e dalla collera. Ben presto è apparso Rubinštejn e, accortosi del mio turbamento, mi ha chiamato in una delle stanze più lontane. Là mi ha ripetuto nuovamente che il mio concerto è impossibile e, avendomi indicato molti punti in cui erano necessari cambiamenti radicali, mi ha detto che se entro un certo periodo lo avessi rivisto secondo i suoi desideri, allora mi avrebbe fatto l’onore di eseguirlo nel suo concerto. Non ne rivedrò neppure una nota, — gli ho risposto — e lo pubblicherò così com’è! E così ho fatto”.

    In questa lettera, indirizzata nel 1878 alla sua protettrice la contessa Von Meck, Čajkovskij ricordava, con un certo disappunto per nulla sopito dai tre anni trascorsi, la prima fredda accoglienza ottenuta dal suo Primo concerto per pianoforte e orchestra. Čajkovskij, incurante delle critiche di Rubinštejn , che non gli fece l’onore di eseguire per la prima volta il Concerto, portò a termine l’orchestrazione dell’opera nel mese di febbraio del 1875 senza toccare nulla dell’impianto generale del concerto e lasciando inalterati quei passaggi che erano stati criticati. L’opera, tuttavia, trovò un degno interprete nel grande e famosissimo pianista e direttore d’orchestra Hans von Bülow, al quale il compositore russo dedicò la composizione, che fu eseguita per la prima volta a Boston il 25 ottobre 1875. Alla prima esecuzione il Concerto fu accolto da un grande successo di pubblico e, nonostante qualche perplessità espressa dalla critica, ottenne una straordinaria quanto immediata popolarità, che, alla stregua di una sorta di contrappasso, costrinse Rubinštejn a studiarlo e, quindi, ad eseguirlo diverse volte.

    Un perentorio attacco dei corni costituisce l’incipit della celeberrima sezione introduttiva (Allegro non troppo e molto maestoso), nella quale orchestra e solista si scambiano alternativamente i ruoli; così quando gli archi inizialmente espongono il celebre languido tema, il pianoforte accompagna con accordi, mentre quando il tema passa al solista, che si presenta al pubblico, peraltro, con una virtuosistica cadenza, l’orchestra assume il ruolo di accompagnatrice. L’esposizione del concerto inizia nella sezione marcata con l’andamento Allegro con spirito con un tema brillante, tratto da una canzone popolare ucraino, Il canto dei cechi; ad esso si contrappone un secondo tema, languido, esposto inizialmente dai legni e dal solista che nel corso del movimento si esibisce in ben tre passi cadenzali. Il secondo movimento ha una struttura tripartita con una sezione iniziale, Andantino semplice nella quale il flauto espone inizialmente un tema dolce, ripreso immediatamente dal pianoforte, una sezione centrale, Prestissimo, introdotta dal pianoforte in modo virtuosistico, ma leggero, una ripresa del tema iniziale (Tempo I), della quale il protagonista indiscusso è il pianoforte. La tradizione popolare russa torna ad ispirare anche il terzo movimento, Allegro con fuoco, e, in particolar modo, il nervoso primo tema il cui inciso è magistralmente variato con tre impasti orchestrali diversi; a questo primo tema, così nervoso, si contrappone il secondo, lirico, affidato al dolce suono dei violini. Con la perorazione orchestrale di questo secondo tema si conclude il concerto.

    Durata: 34'

    Sergej Vasil'evič Rachmaninov
    Starorussky Uyezd, 1873 - Beverly Hills, 1943

    Danze Sinfoniche op.45

    Non allegro

    Andante con moto (tempo di Valse)

    Lento assai - Allegro vivace - Lento assai - Allegro vivace

     

    "I Thank Thee, Lord" (Ti ringrazio, Signore).

    Queste parole, apposte all'ultima pagina del manoscritto, suggellano le Danze sinfoniche op. 45, l'ultimo lavoro di SergejVasil’evič Rachmaninov, che, composto nel 1940, può essere considerato un vero e proprio testamento spirituale dal momento che riassume alcune delle caratteristiche precipue della produzione del compositore russo dalla presenza dell'elemento folklorico all'adozione di un organico orchestrale di vaste proporzioni, usato non tanto per aumentare la massa, ma come opportunità per un arricchimento timbrico. In quest'ottica si legge la scelta di introdurre il sassofono contralto come strumento solista, forse suggerita dal compositore e arrangiatore americano Robert Russell Bennett, mentre la citazione di motivi religiosi già utilizzati nelle opere precedenti o quella del Dies Irae, che costituisce una costante nella produzione di Rachmaninov, alla fine di questo lavoro sembrano rispondere all'esigenza di un nostalgico e malinconico ripiegamento sull'essenza della propria musica. Composte originariamente per pianoforte a quattro mani e provate in questa versione dallo stesso compositore insieme con il grande pianista Vladimir Horowitz nella villa di Beverly Hills, queste Danze sinfoniche, molto probabilmente, avrebbero dovuto avere una destinazione coreografia costituendo la base di un vero e proprio balletto le cui coreografie sarebbero state realizzate da Fokin la cui morte, però, condannò il progetto al fallimento.

    Eseguite per la prima volta a Philadelphia, il 3 Gennaio 1941, le Danze sinfoniche sono state ritenute impropriamente dalla critica come una sinfonia in tre movimenti. La prima (Non Allegro) si basa su un tema di tre suoni che, esposto all'inizio, costituisce una reminiscenza del tema della zarina di Šemacha dell'opera Il gallo d'oro di Nikolaj Rimskij-Korsakov e conferisce al brano una grande vitalità ritmica, mentre la seconda Andante con moto (tempo di Valse), nonostante sia in un insolito 6/8, è un malinconico valse macabre nel quale emerge, per il suo carattere nostalgico, il tema principale, affidato prima al corno inglese e poi ai violoncelli. Il tema del Dies irae e quello della salmodia russo-ortodossa, Sia benedetto il Signore, informano la terza e ultima danza, pagina estremamente complessa dal punto di vista formale.

    Riccardo Viagrande

     

    Durata: 45'

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