Beethoven, Jacob & Dvořák

  • Luogo

  • Piazza Ruggiero Settimo

  • Giorno

    ora

    Durata

    Prezzo

     

  • Giorno

    Sabato
    26 Settembre 2020

    Ore

    21,00

    Durata

    60min.

    Prezzi

    5 - €

    Calendario

Salvatore Percacciolo, direttore

Maria Grazia D'Alessio, corno inglese

  • Programma

  • Ludwig van Beethoven
    Bonn, 1770 - Vienna, 1827

    Egmont, ouverture in fa minore op. 84

    Sostenuto, ma non troppo, Allegro, Allegro con brio

     

    Czerny, pianista e discepolo di Beethoven, scrisse che il maestro, quando nel 1809 i teatri imperiali di Vienna avevano progettato di mettere in scena il Guglielmo Tell di Schiller e l’Egmont di Goethe, era rimasto deluso: a Beethoven era stata affidata la composizione delle musiche di scena per la tragedia di Goethe al posto di quelle per il dramma schilleriano, da lui preferito, che sarebbe stato messo in musica da Gyrowetz, un compositore boemo quasi del tutto dimenticato. La delusione iniziale, però, era destinata a trasformarsi  subito in entusiasmo quando il compositore lesse il testo di Goethe, poeta che egli ammirava, come ci è testimoniato da una lettera del 10 giugno 1811 indirizzata a Bettina Brentano:

    “Io mi propongo di scrivere ancora a lui [Goethe] su Egmont che io ho messo in musica soltanto per amore delle sue poesie che mi diedero tanta gioia”.

    Nello stesso periodo Beethoven inviò a Goethe la partitura dell’Egmont, accompagnata da una lettera, nella quale non mancò di esprimere tutta la sua ammirazione per questa tragedia e di dichiararsi pronto, con umiltà, ad accogliere volentieri eventuali critiche:

    “Ho sentito, pensato e messo in musica l’Egmont, con lo stesso calore con il quale l’ho letto. Desidero molto conoscere il suo giudizio, e anche un rimprovero per me e per la mia musica mi sarà utile. Volentieri lo riceverò come una lode”.

    La partitura, composta tra il mese di ottobre 1809 e il mese di maggio del 1810, ed eseguita, per la prima volta, durante la rappresentazione della tragedia il 24 maggio dello stesso anno al Burgtheater di Vienna, consta di nove brani, oltre all’ouverture, che, come è accaduto molto spesso per le musiche di scena, si è affermata nel repertorio sinfonico: due Lieder di Clärchen (Chiara), quattro interludi, un melologo sulla morte di Egmont, la morte di Chiarina e una Sinfonia trionfale.

    Il soggetto, nel quale assume carattere rilevante l’esaltazione della libertà dei popoli nel cinquecentesco personaggio del conte Egmont, patriota fiammingo, che, in seguito alla rivolta contro la dominazione spagnola repressa nel sangue dal duca d’Alba, fu imprigionato e condannato a morte, assurge a esemplare testimonianza dell’eroismo di chi non teme di sacrificare la vita per un ideale. Chiara, nella speranza di liberare il conte da lei amato, cerca di far insorgere il popolo di Bruxelles contro gli Spagnoli, ma il tentativo fallisce e la donna disperata si uccide.

    L’Ouverture, lungi dal costituire una sintesi delle azioni che stanno per essere rappresentate sulla scena, vive del conflitto di sentimenti che animano la tragedia di Goethe, diventandone quasi una vera e propria apoteosi. Aperta da una breve introduzione in fa minore, Sostenuto ma non troppo, di carattere tragico ed angoscioso, l’Ouverture prosegue con un classico Allegro in forma-sonata, in cui al primo tema avvolgente risponde una seconda idea tematica derivata dal motivo iniziale dell’introduzione in una forma contratta ed energica, e si conclude con una coda, Allegro con brio di carattere trionfale; il materiale melodico di questa coda è tratto dalla Sinfonia trionfale che, alla fine del dramma, corrisponde al momento in cui vengono esaltate la nobiltà d’animo e le aspirazioni del conte quasi a sancire, in questo modo, la vittoria spirituale e morale dell’eroe puro che si sacrifica per la libertà del suo popolo.

    Durata: 8'

    Gordon Percival Septimus Jacob
    Londra 1895 - Saffron Walden 1984

    Rapsodia per corno inglese e orchestra d'archi

    Poco adagio, Allegro vivace

     

    Noto soprattutto per la sua produzione per strumenti a fiato, Gordon Jacob, arruolatosi nell'artiglieria da campo dell'Esercito inglese e fatto prigioniero nel 1917 durante la Prima Guerra Mondiale, scoprì la sua vocazione musicale  proprio durante il periodo di prigionia. Trovato nella biblioteca del campo di prigionia un manuale di armonia, Jacob incominciò a studiare musica e, nel contempo, si dedicò a comporre per i suoi compagni. Ritornato dalla prigionia alla fine della Guerra, Jacob, che fu uno dei fortunati 60 sopravvissuti del suo battaglione, formato da ben 800 soldati, studiò inizialmente giornalismo per seguire, dopo un anno, la sua vocazione musicale. Intraprese, allora, gli studi di composizione, teoria musicale e direzione d'orchestra presso il Royal College of Music, dove avrebbe insegnato dal 1924 al 1966, annoverando fra i suoi allievi Malcolm Arnold, Ruth Gipps, Cyril Smith e Imogen Holst.

    Autore di una vasta produzione, costituita da circa 700 composizioni in ogni genere, Jacob fu uno dei compositori più conservatori della sua generazione. Nonostante fosse stato allievo di Vaughan Williams e di Sir Charles Villiers Stanford, Jacob si contrappose, infatti, sia alla musica romantica che alla nuova grammatica atonale condannando la sua musica a una forma di oblio dopo gli anni Sessanta che videro l'avvento delle avanguardie.

    Composta nel 1950, la Rapsodia per corno inglese (o sassofono contralto) e orchestra d'archi costituisce una testimonianza tangibile delle scelte linguistiche di Gordon, ampiamente radicate in una scrittura tonale. Aperta da un sensuale e lirico Poco adagio, la rapsodia si abbandona al ritmo del tango nell'Allegro vivace per ritrovare nel finale le sensuali atmosfere della parte iniziale.

    Durata: 9'

    Antonín Dvořák
    Nelahozeves 1841 - Praga 1904

    Sinfonia n. 9 (“dal Nuovo Mondo”) in mi minore op. 95 (B.178) (Sinfonia n. 5)

    Adagio, Allegro molto

    Largo

    Scherzo: Molto vivace Trio

    Allegro con fuoco

     

    La sinfonia dal Nuovo mondo, quinta tra quelle date alle stampe, ma nona ed ultima in ordine di composizione, fu composta tra il 19 dicembre del 1892 e il 24 maggio del 1893 a New York durante il soggiorno americano di Dvořák su commissione della New York Philharmonic Orchestra che la eseguì, per la prima volta, con un notevole successo, il 16 dicembre 1893 alla Carnegie Hall sotto la direzione di Anton Seidl. Alla fine di ogni movimento, infatti, scrosci fragorosi di applausi costrinsero il compositore ad alzarsi e a fare un inchino per salutare il pubblico.

    Certamente Dvořák non aveva immaginato di conseguire un così strepitoso successo quando, nel 1892, dopo vari tentennamenti, aveva deciso di accettare il prestigioso incarico di direttore offertogli dal New York National Conservatory of Music, in sostituzione del compositore finlandese Sibelius, con il quale non era stato possibile prendere contatto. Dvořák, di carattere schivo e poco propenso a lasciare la sua terra natia, si era deciso, perché pressato dalle insistenze di Mrs. Thurber, moglie di un ricchissimo commerciante newyorkese di generi coloniali, ad imbarcarsi il 15 settembre 1892 per l’America dove, appena giunto, pronunciò questo importante discorso:

    “Io sono convinto che la musica futura di questa nazione debba basarsi su quelle che sono chiamate melodie Negre. Queste possono essere la base di una scuola di composizione seria e originale, da svilupparsi negli Stati Uniti. Questi graziosi e variati temi sono il prodotto del terreno. Sono le canzoni popolari dell’America e i vostri compositori devono rivolgersi ad esse”.

    La tradizione americana, costituita dalla musica dei pellerossa e dei negri d’America, costituisce la base di questa composizione, non perché Dvořák abbia utilizzato dei temi tratti dal loro repertorio, ma perché, come ebbe modo di scrivere egli stesso in un articolo uscito sul «New York Herald» il 15 dicembre 1893, nel contesto dei temi originali aveva inserito i caratteri propri della musica indiana. Nel suddetto articolo egli, infatti, aveva scritto:

    “Io non ho usato attualmente nessuna delle natie melodie americane. Io ho semplicemente scritto temi originali, incorporando le peculiarità della musica indiana, e, usando questi temi come soggetti, li ho sviluppati con tutte le risorse dei ritmi moderni, del contrappunto e del colore orchestrale”.

    Aperto da un Adagio introduttivo, il primo movimento Allegro molto, in forma-sonata, presenta immediatamente il primo tema, che, ispirato allo spiritual Swing Lo’Swett Chariot, ritorna anche nel corso della sinfonia fungendo da Leitmotiv e contribuendo a dare alla sinfonia stessa un’impostazione ciclica. Anche il secondo tema, presentato da oboi e flauti, è connotato in senso etnico.

    Nel secondo movimento, Largo, la connotazione etnica è resa dalla struttura pentatonica del tema principale, tratto dal poema epico indiano Hiawatha del poeta americano Henry Wadsworth Longfellow, dedicato al mitico fondatore della confederazione irochese.

    Secondo quanto affermato dal compositore anche il terzo movimento, Scherzo, sarebbe ispirato a questo poema e, in particolar modo, ad una danza religiosa indiana, anche se alcuni musicologi hanno ritenuto di riscontrare nel tema principale alcuni tratti tipici della tradizione musicale mitteleuropea e, in particolar modo, del furiant, un'impetuosa danza ceca.

    Nell’ultimo movimento, Allegro con fuoco, in forma-sonata, dove, dopo una brevissima introduzione, esplode il tema più celebre dell’intera sinfonia, a cui si contrappone il secondo di carattere lirico, ritornano sia il Leitmotiv sia le idee tematiche principali del Largo e dello Scherzo nella sezione di sviluppo, aperta da un ritmo di Polka.

     

    Riccardo Viagrande       

    Durata: 40'

Salvatore Percacciolo

Maria Grazia D'Alessio