Fantasia di Walt Disney /La musica sul grande schermo 2

Aram Khacheh, direttore

Isola delle Femmine - Arena teatrale Piano Ponente

  • Luogo

  • Arena teatrale Piano Ponente - Isola delle Femmine

  • Giorno

    ora

    Durata

    Prezzo

     

  • Giorno

    Sabato
    28 Settembre 2024

    Ore

    21,00

    Durata

    65min.

    Prezzi

    - €

    Calendario

  • Programma

  • Paul Dukas
    Parigi 1865 - Parigi 1935

    L’apprenti sorcier (L’apprendista stregone), scherzo sinfonico

    Eseguito per la prima volta alla Societé Nationale di Parigi il 18 maggio 1897 sotto la direzione dell’autore, L’apprenti sorcier rivelò il trentaduenne Paul Dukas al panorama musicale dell’epoca e al pubblico francese che aveva accolto freddamente le prime esecuzioni di sue precedenti opere tra le quali una Sinfonia in do. Quest’ultima, eseguita pochi mesi prima il 3 gennaio dello stesso anno, era stata anche stroncata dai critici contemporanei tra cui quello dell’autorevole periodico musicale francese «Le Ménestrel» (ann. 63, n. 3, 17 gennaio 1897, p. 21) che non aveva esitato a giudicare severamente sia questo lavoro sia il suo autore, come si legge nella sua recensione:

    “Il primo concerto dell’Opéra si apriva con un’opera importante, una Sinfonia in do in tre movimenti, nella forma classica, del signor Paul Dukas. Il signor Dukas, vecchio grand prix de Rome, è un artista modesto, che fa modestamente critica musicale in certe raccolte […] senza stroncare i suoi maestri e condiscepoli. Avrei, da parte mia, il più grande piacere di dire sulla sua opera tutto il bene possibile, ma trovo che essa pecchi soprattutto, e in modo gravissimo, di ispirazione; i temi mancano assolutamente di sapore, e nessuno di essi si impone all’attenzione”.        

    In quegli anni Dukas aveva condotto, infatti, una vita oscura di critico musicale alla quale lo aveva sottratto Saint-Saëns che, avendone compreso il talento, lo aveva invitato a orchestrare l’opera Frédégonde di Ernest Guiraud, lasciata incompiuta dal suo autore e completata, nelle parti mancanti, proprio da Saint-Saëns. La sera del 18 maggio 1897 la carriera musicale di Dukas ebbe una svolta notevole. Il pubblico apprezzò immediatamente il suo Apprenti sorcier e poco importa se quella stessa critica, tanto solerte nello stroncare la Sinfonia in do, non si accorse di questo capolavoro di Dukas che gli diede fama e popolarità. Il successo di questo brano fu tale, infatti, che nel 1940 la Walt Disney decise di utilizzarlo come colonna sonora per il suo cartone animato Fantasia.

    L’apprenti sorcier, formalmente uno scherzo sinfonico, si ispira all’omonima ballata di Goethe Das Zauberlehrling (L’apprendista stregone) scritta nel 1797 proprio un secolo prima. Protagonista è un giovane studente di magia, il quale, in assenza del mago, suo maestro, scatena incautamente le forze occulte da cui viene sopraffatto fino a quando lo stregone, appena ritornato, riconduce tutto alla calma non senza aver punito il suo incauto discepolo con una buona frustata. Nella breve introduzione lenta, che evoca il carattere magico e al tempo stesso misterioso della scena, appaiono quattro temi che alludono alla magia, all’acqua utilizzata per l’incantesimo, allo stregone (tromba con sordina) e all’apprendista stregone che fa una fugace apparizione. Dopo il colpo di timpani, con il quale si conclude l’introduzione, inizia la vera e propria esposizione con il celeberrimo e brillante tema del manico di scopa sottoposto a una serie di metamorfosi che alludono ai vari stadi dell’incantesimo. Questo, progressivamente, sfugge di mano all’apprendista il quale a un certo punto spezza la scopa in due senza sortire alcun effetto positivo. Alla fine ritorna lo stregone e riporta la calma mentre l’orchestra si concede un ultimo perentorio guizzo.

    Durata: 13'

    Amilcare Ponchielli
    Paderno Fasolaro, Cremona, 1834 – Milano 1886

    Danza delle ore (da La Gioconda, atto III)

    Allegro Brillante, andante poco mosso, Moderato, Andante poco mosso, Allegro vivacissimo

     

    A distanza di due anni dal suo debutto alla Scala, avvenuto il 7 marzo 1874 con I lituani, Amilcare Ponchielli ritornò nel teatro milanese con una nuova opera, La Gioconda, che, rappresentata l’8 aprile 1876, riscosse un immediato successo. Inizialmente la scelta del soggetto non fu, tuttavia, particolarmente semplice, in quanto il dramma di Victor Hugo Angélo, tyran de Padoue, proposto da Arrigo Boito, che firmò il libretto con l’anagramma del suo nome Tobia Gorrio, aveva suscitato qualche perplessità in Ponchielli, preoccupato del confronto con Il giuramento di Saverio Mercadante su libretto di Gaetano Rossi. Tali perplessità furono superate dal lavoro di Boito che non si limitò a una semplice riduzione librettistica, ma creò, come era solito fare, una nuova opera. Nonostante qualche difficoltà e le richieste di modifiche al libretto puntualmente disattese da Boito, impegnato, in quel periodo, nell’allestimento della seconda versione del suo Mefistofele, Ponchielli, sempre assillato da dubbi, portò a termine la partitura il 24 gennaio 1876. Mancavano ancora il preludio e i due ballabili, La furlana, collocata alla fine del primo atto, e la celeberrima Danza delle ore che fu composta da Ponchielli quando erano già iniziate le prove di canto seguendo, nel realizzare l’idea di Arrigo Boito, alcuni suggerimenti del coreografo Luigi Manzotti. Nel terzo atto Alvise Badoero, capo dell’inquisizione di stato e marito di Laura, donna amata da Enzo, del quale è a sua volta innamorata la protagonista Gioconda, offre una festa nella sua residenza, la Ca’ d’oro, e intrattiene i convitati con una danza in cui 12 ballerine in cerchio e due ballerini al centro rappresentano rispettivamente le ore e le lancette dell’orologio. Il brano sinfonico, che accompagna l’ingresso in successione delle ore dell’aurora, del giorno, della sera e della notte, si conclude con un galop che, per il suo carattere vivace, ricorda alcune pagine offenbachiane. 

    Durata: 9'

    Modest Petrovič Musorgskij
    Karevo 1839 - San Pietroburgo 1881

    Una notte sul Monte Calvo. Quadro sinfonico

    Il quadro sinfonico, Una notte sul monte Calvo, come, del resto, accadde per altre opere di Musorgskij, fu il risultato di un’elaborazione molto travagliata alla quale ha partecipato, come in altri casi, il raffinato gusto di Rimskij-Korsakov nella scelta dei timbri orchestrali. Il progetto iniziale di questo quadro sinfonico era molto diverso dalla forma che ci è dato ascoltare, in quanto, nel biennio 1860-1862, Musorgskij aveva pensato di scrivere alcune opere liriche tra cui una ispirata a Una notte di San Giovanni di Gogol’. Il compositore abbandonò il progetto iniziale, ma soltanto dopo aver scritto alcuni brani che, nel 1867, rielaborò, ricavandone un poema sinfonico e tre movimenti di una sinfonia. Cinque anni dopo, lo riprese aggiungendo un coro, per la composizione di un’opera collettiva, Mlada, alla cui stesura avrebbero dovuto contribuire anche Rimskij-Korsakov, Borodin e Cui. Tuttavia questa collaborazione non si ebbe e Musorgskij decise di ricavare dal materiale tematico già composto una fantasia per pianoforte e orchestra intitolata La notte di San Giovanni e di apporvi un programma letterario. Questo lavoro non trovò la sua forma definitiva per mano di Musorgskij che lo utilizzò, dopo averlo sottoposto a una nuova rielaborazione, come intermezzo nell’opera rimasta incompiuta La fiera di Soročincy. Soltanto quattro anni dopo la morte del compositore, Rimskij-Korsakov ne riprese il vecchio progetto e ricavò dal materiale musicale un poema sinfonico che intitolò Una notte sul monte Calvo. In questa versione, che è anche la più nota, venne eseguito per la prima volta il 27 ottobre 1886. Al poema sinfonico Rimskij-Korsakov appose un preciso programma letterario che recita:

    “Baccano sotterraneo di voci ultraterrene – Apparizione degli spiriti dell’oscurità, seguiti dal dio negro Chernobog – Sua glorificazione e messa nera – Orgia delle streghe, interrotta dal suono in lontananza della campana di una piccola chiesa – Gli spiriti del male si disperdono – Spunta l’alba”.

    Su un veloce, quanto misterioso tremolo degli archi, il fagotto e i tromboni sembrano fare uscire dalle viscere della terra le voci inquietanti di esseri soprannaturali. Il clima da tregenda, annunciato nell’esposizione del primo tema, si colora di tinte ancor più fosche e inquietanti quando l’oboe ed il fagotto, a distanza di ottava, intonano il secondo tema che rappresenta perfettamente l’apparizione degli spiriti dell’oscurità. Infine, nella coda dell’esposizione, annunciato dalla solenne e al tempo stesso ironica fanfara degli ottoni, fa il suo ingresso il dio negro Chernobog. Tutto è pronto per la messa nera e per la ridda infernale che trovano la loro puntuale collocazione nello sviluppo, dove si dà corso anche alla tremenda trasfigurazione di Satana. Quando il sabba raggiunge il suo punto culminante, la “festa” viene improvvisamente interrotta da 6 rintocchi di una campana della chiesa di un vicino villaggio. Come per incanto, la ridda infernale si dissolve e gli spiritelli sono costretti ad allontanarsi non senza qualche lagnanza resa efficacemente dal motivo degli archi. La celestiale arpa, prima, e il clarinetto con il suo dolce tema, dopo, annunciano che è sorto un nuovo giorno nel quale non c’è posto per gli spiriti delle tenebre. L’impercettibile pianissimo con cui si conclude il brano preannuncia, infine, il nuovo clima sereno.

    Durata: 12'

    Pëtr Il'ič Čajkovskij
    Votkinsk, 1840 - San Pietroburgo, 1893

    Lo Schiaccianoci, suite dal balletto op. 71a

    Ouverture miniatura (Allegro giusto)

    Marcia (Tempo di marcia viva)

    Danza della fata confetto (Andante non troppo)

    Danza russa (Tempo di Trepak, molto vivace)

    Danza araba (Allegretto)

    Danza cinese (Allegro moderato)

    Danza degli zufoli (Moderato assai)

    Valzer dei fiori (Tempo di valse)

     

     

    Ultimo dei tre balletti composti da Čajkovskij, Lo Schiaccianoci è uno dei più grandi e famosi lavori del genere, la cui fortuna, al pari di altre opere del compositore russo, si è accresciuta negli anni contro ogni previsione, soprattutto se si pensa al contrastato successo della prima rappresentazione. Composto fra il 1891 e il 1892, Lo Schiaccianoci, il cui soggetto era stato tratto dall’adattamento teatrale di Alexandre Dumas del racconto di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, Lo schiaccianoci e il re dei topi, il cui protagonista è un singolare bambolotto, lo Schiaccianoci appunto, fu rappresentato, per la prima volta, insieme all’opera Iolanta, al Teatro Marijnskij il 6 dicembre 1892 secondo il calendario giuliano, ma il suo debutto fu accolto in modo contrastante dalla critica, divisa tra chi lo censurò e chi, invece, lo esaltò paragonandolo all’opera Evgenij Onegin. Questo giudizio così contrastante non riguardò la musica del compositore russo, in quanto la Suite, tratta dal balletto ed eseguita qualche mese prima, il 7 marzo, a Pietroburgo, era stata così bene accolta dal pubblico da ottenere uno strepitoso successo.

    La Suite si compone di otto brani dei quali i primi due sono tratti dal primo atto e gli altri sei dal secondo. Il primo brano, Ouverture miniatura, è costituito da due temi dei quali il primo è una marcia, mentre il secondo rappresenta l’attesa dei bambini per l’inizio della festa. Lo squillo delle trombe e dei corni, supportati dai clarinetti, apre il secondo brano, Marcia, tratto sempre dal primo atto del balletto e, in particolar modo, dalla scena in cui fanno il proprio ingresso i bambini e Silberhaus. La gioia dei bambini è resa perfettamente dai violini che eseguono un motivo saltellante. Lo strumento protagonista del terzo brano, Danza della Fata Confetto, è la celesta inventata nel 1886 a Parigi da Victor Mustel, un abile costruttore di strumenti musicali conosciuto da Čajkovskij durante uno dei suoi soggiorni in Francia. Il compositore, affascinato dal suono del nuovo strumento, decise di farlo portare in Russia di nascosto per timore che Rimskij-Korsakov e Glazunov, suoi “avversari”, potessero venirne a conoscenza. Alla celesta è affidato un tema luminoso su un delicatissimo accompagnamento degli archi in pizzicato. Diversa è l’atmosfera del quarto brano, Danza russa, caratterizzato da un ritmo vivace che conduce al prestissimo conclusivo e contrasta nettamente con la successiva Danza araba, evocatrice di immagini notturne e sensuali sul tema affidato ai clarinetti e al corno inglese. La successiva Danza cinese si segnala per la raffinata strumentazione nella quale prevalgono i timbri del flauto, a cui è affidato un tema vivace, dei fagotti, che eseguono un accompagnamento staccato, e dei violini, che si alternano al flauto eseguendo un motivo in contrattempo. Protagonisti del brano successivo, la Danza degli zufoli, la cui strumentazione è altrettanto raffinata, sono tre flauti che, alla stregua di un’orchestrina di strumenti a fiato, eseguono il tema su un delicato accompagnamento degli archi. La Suite si conclude con il celeberrimo Valzer dei fiori che costituisce una delle pagine più note ed eseguite del balletto. Il famoso tema è diviso tra i corni, a cui è affidata la frase di proposta, e il clarinetto che intona una virtuosistica risposta.

     

    Riccardo Viagrande

    Durata: 22'

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