Settimana Musica Sacra di Monreale

Flavio Colusso, direttore

Gabriella Costa, soprano

Laura Polverelli, mezzosoprano

  • Giorno

    ora

    Durata

    Prezzo

     

  • Giorno

    Venerdì
    09 Ottobre 2020

    Ore

    21,30

    Durata

    -

    Prezzi

    - €

    Calendario

Ad Crucem per Mariam

  • Programma

  • Giacomo Puccini
    Lucca 1858 – Bruxelles 1924

    G. Puccini Salve del ciel regina, orchestrazione di Flavio Colusso (Prima esecuzione)

    Flavio Colusso
    Roma 1960

    Ave Maria dalla “Missa de Anima”

    Giovanni Battista Pergolesi
    Jesi 1710 - Pozzuoli 1736

    Stabat Mater

     

    Lavoro giovanile, la Salve del ciel regina per soprano e pianoforte o armonium, fu composta nel 1882 da Giacomo Puccini (Lucca 1858 – Bruxelles 1924) su un testo del librettista Antonio Ghislanzoni, autore del libretto dell'Aida di Verdi. Qui presentata nell'originale orchestrazione di Flavio Colusso, è una pagina nel quale emerge il lirismo tipico della scrittura di Puccini.

    Tratta dalla Missa de Anima è l'Ave Maria di Flavio Colusso (Roma 1960 -), composta per la Chiesa Teutonica di Santa Maria dell’Anima di Roma di cui il compositore è maestro di cappella.  Come affermato da Rainer Heyink  nel suo scritto La nuova Missa de Anima di Flavio Colusso e la tradizione musicale nelle feste della chiesa teutonica di Santa Maria dell'anima,

    "la Missa de Anima di Colusso si basa in maniera impressionante sulla tradizione della musica solenne romana. Elaborazioni del gregoriano e stile antico polifonico si alternano in modo ben calcolato ed efficace con policoralità, stile concertante su larga o più ridotta scala, canto solistico e musica strumentale: tutto ciò con un organico grande, adeguato all’occasione festiva, che non risparmia sorprendenti effetti sonori. 

    Con una sontuosa entrata dalla piena sonorità si riprende la tradizione di una musica strumentale solenne, introduttiva, che, ancora prima che risuoni il testo, già indica il tono per quello che successivamente deve seguire. Insolito il brano strumentale finale (Ad complendum) con cui la messa irradia una sua meravigliosa circolarità in una conclusione festosa […]. 

    La nuova Missa de Anima di Flavio Colusso è una meravigliosa musica celebrativa, basata su splendore e sonorità che si riallacciano alla grande tradizione della musica sacra festiva romana sviluppandone in maniera sapiente e impressionante la considerevole gamma degli stili. Nonostante ciò la composizione di Colusso è tutt’altro che retriva. Come intonazione di testi centrali della liturgia cattolica è musica per il servizio divino; con la sua toccante espressività raggiunge perfino l’ascoltatore lontano da liturgia e fede. In tale espressività risiede non da ultimo l'efficacia della Missa de Anima – opera di un maestro cui sta particolarmente a cuore il collegamento tra passato e presente".

    Completato, secondo una tradizione, della quale non è possibile appurare l’attendibilità, il giorno stesso della morte, lo Stabat Mater è comunque una delle ultime opere, se non l’ultima, di Giovanni Battista Pergolesi (Jesi 1710 – Pozzuoli 1736) che, quasi presago della triste fine che lo attendeva, cercò di portare a termine questo lavoro prima che la morte lo cogliesse alla giovane età di 26 anni. Per Pergolesi, infatti, portare a compimento questo lavoro era quasi un obbligo morale, in quanto il compositore aveva già ricevuto la somma di 10 ducati, come compenso per la composizione dell’opera, da parte del committente, l’Arciconfraternita dei Cavalieri della Vergine de’ dolori della Confraternita di San Luigi al Palazzo, che aveva deciso di sostituire il vecchio Stabat Mater di Alessandro Scarlatti. Eseguito ininterrottamente per circa vent’anni nelle chiesa napoletana di San Luigi di Palazzo, sede della confraternita, lo Stabat scarlattiano, al quale questa composizione si richiama per la scelta dell’organico vocale, piuttosto insolito, in quanto costituito da un soprano e da un contralto al posto del classico quartetto (Soprano, Contralto, Tenore e Basso), era, infatti, ormai venuto a noia ai confratelli che avevano affidato a Pergolesi appunto la composizione di un nuovo Stabat. Le condizioni di salute del compositore non erano, tuttavia, delle migliori, in quanto la tubercolosi che lo avrebbe portato alla morte, aveva già minato in modo irreparabile il suo debolissimo fisico. Ciò nonostante Pergolesi, forse alla ricerca di un’atmosfera più salubre e di maggiore tranquillità per ultimare il lavoro, si trasferì da Napoli a Pozzuoli, dove nel convento dei Cappuccini fu ospitato e accudito negli ultimi giorni della sua vita. Qui terminò la composizione dello Stabat, che lo assorbì totalmente nonostante le condizioni di salute peggiorassero di giorno in giorno. Pergolesi, infatti, con straordinaria professionalità, si dedicò alla composizione dell’opera dall’alba alla sera, con la sola interruzione del pranzo indebolendo ancor di più la sua salute malferma. Nell’autografo della partitura, conservato presso la biblioteca del Monastero di Montecassino, è possibile rilevare una certa fretta di concludere da parte di Pergolesi che si dimenticò di stendere alcune parti delle viole e nell’ultima pagina scrisse Finis Laus Deo.

    Dal punto di vista formale quasi tutti i brani dello Stabat Mater presentano la classica struttura bipartita dell’aria da chiesa eccezion fatta per il quinto, Quis est homo, l’ottavo, Fac ut ardeat, che è un fugato, il nono, Sancta Mater, di forma tripartita, e il finale, che, come l’ottavo brano, è un fugato. Lo Stabat Mater, i cui punti culminanti sono costituiti dal brano iniziale, Stabat Mater, dove è descritto il dolore della vergine davanti alla croce, dal Vidit suum, una commossa meditazione sulla passione di Cristo, e dal Quando corpus, nel quale si affaccia la speranza della Resurrezione, si segnala per un’accorata cantabilità ed una musicalità appassionata che spesso ha fatto pensare alla produzione profana di Pergolesi.

    Pubblicato nel 1749 a Londra, lo Stabat Mater, conobbe, però, una fortuna piuttosto contrastata, in quanto se, da una parte, è stata la partitura più ristampata in tutto il Settecento ed è stata apprezzata da Bach, che la utilizzò in parodia in una sua composizione, dall’altra è stata anche pesantemente stroncata dall’abate Martini e da Berlioz che la definì musica da incubo.  L’accusa maggiore, che fu mossa al compositore dai suoi detrattori, fu quella di aver musicato un testo sacro con una musica di carattere lirico e profaneggiante che, secondo, il musicologo Combarieu, è ascrivibile più allo stile dell’opera che a quello della musica chiesastica.

     

    Riccardo Viagrande

     

     

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