Bartók - Il castello di Barbablù

José Maria Florêncio, direttore

Diana Gouglina, soprano

Mamuka Lomidze, baritono

  • Luogo

  • Politeama Garibaldi

  • Giorno

    ora

    Durata

    Prezzo

     

  • Giorno

    Venerdì
    10 Marzo 2023

    Ore

    21,00

    Durata

    60min.

    Prezzi

    - €

    Calendario

  • Giorno

    Sabato
    11 Marzo 2023

    Ore

    17,30

    Durata

    60min.

    Prezzi

    - €

    Calendario

Ciclo "Cross over e opera" n. 2

  • Programma

  • Béla Bartók
    Nagyszentmiklós, 1881 - New York, 1945

    Il castello di Barbablù (A Kékszakállú hercegvára), opera in un atto su libretto di Béla Balász

    La genesi

     

    Il 10 maggio 1907, all'Opéra-Comique  di Parigi, tra il pubblico che assisteva alla prima rappresentazione di Ariane et Barbe-bleue composta da Paul Dukas su un adattamento a libretto dell'omonima pièce in tre atti che Maurice Maeterlinck (1901) aveva tratto dalla novella di Charles Parrault, c'erano anche Béla Balázs e Zoltán Kodály. Se quest'ultimo commentò lapidariamente: «libretto molto interessante, cattiva la  musica», Balázs, ispirato proprio dalla pièce di Maeterlinck, scrisse, senza concepirlo inizialmente come libretto, il dramma A Kékszakállú hercegvára (Il castello di Barbablù), che egli pubblicò nel mese di giugno del 1910 sulla rivista «Színjáték» con una dedica sia a Bartók che a Kodály. I due compositori ebbero modo di conoscere meglio il testo di Balázs in occasione di una lettura organizzata dalla rivista «Nyugat», della quale Kodály ci ha lasciato un'interessante testimonianza:

     

    "Béla Balázs non si preoccupava di sapere chi di noi avrebbe messo in musica il testo e si rimetteva a noi per la scelta. Il contenuto del testo mi era talmente estraneo che personalmente non vi avrei mai pensato, mentre Bartók lo sentì subito come molto vicino a lui. […]. Penso che abbia desiderato di metterlo in musica dal primo momento in cui l'ha letto, cosa che del resto avrebbe fatto poco tempo dopo".

     

    Alla fine sarebbe stato proprio Bartók a cimentarsi nell'impresa di comporre l'opera cercando, in questo modo, di rinverdire i fasti del teatro musicale ungherese dopo i successi ottenuti da Ferenc Erkel con Hunyadi László e Bánk Bán rispettivamente nel 1844 e nel 1861. Da allora nessun altro compositore e nemmeno Erkel, che aveva dato un tono ungherese ai suoi lavori con un linguaggio intriso di verbunkos, era riuscito a ripetere questi successi e, quindi, a trovare la strada di un vero e proprio teatro ungherese. Per questa ragione fu una vera e propria sfida quella che si prospettava a Bartók, il quale avrebbe dovuto, dunque, inventarsi uno stile, una drammaturgia e una prosodia nuovi che, facendo leva anche sulle recenti scoperte della tradizione popolare, fossero in grado di realizzare al meglio gli ottosillabi di Balázs. Di questa sfida e delle difficoltà ad essa connesse Bartók informò in una lettera del 27 marzo 1911 Frederick Delius:

     

    "Mi sono appena lanciato in un'impresa difficile - nella fattispecie un'opera in un atto. Io non ho mai composto fino ad ora liriche - lei può immaginarsi quanto il testo - all'inizio - abbia potuto crearmi delle difficoltà. Ora va un po' meglio. E penso che la musica è qualcosa che lei potrà apprezzare".

     

    Nonostante le difficoltà, la partitura fu pronta il 20 settembre 1911 nei termini fissati per partecipare al concorso Ferenc Erkel, il cui premio era costituito da 3000 corone. Bartók non vinse né questo né un successivo concorso che era stato bandito dalla casa editrice Rózsavölgyi, al quale partecipò dopo aver apportato alcune modifiche alla partitura. Nel secondo caso l'opera, che fu giudicata inadatta alle scene, non passò nemmeno la prova preliminare in quanto a finire sul banco degli imputati fu il libretto che, secondo quanto affermato dal regista Sándor Hevesi, che fece parte della giuria, era privo di elementi drammatici, statico e con personaggi non ben caratterizzati. L'opera, alla quale nel 1917 Bartók aggiunse un nuovo finale,  avrebbe calcato le scene  a Budapest il 24 maggio 1918 con Oszkár Kálmán e Olga Haselbeck e con Egisto Tango sul podio. Erano passati ben sette anni di amarezze e delusioni, di cui una testimonianza è costituita da una lettera di Bartók alla moglie,  nella quale si legge: «Ora so che non la potrò mai ascoltare in questa vita. Mi avevi chiesto di eseguirla per te, ma ho paura che non sarò in grado di farlo. Farò sì che possiamo almeno piangere di questo insieme», ma questa première fu un successo tale da aprire al compositore le porte dell'Universal Edition. Zoltán Kodály, recensendo l'opera sulla rivista «Nyugat», scrisse:

     

    "L'intento di Bartók era quello di affrancare la lingua e di rinforzare l'inflessione naturale della voce per renderla musicale; egli ha così dato un impulso decisivo alla nascita di uno stile recitativo ungherese. È la prima opera, sulle scene ungheresi, nella quale il canto risuona da un capo all'altro con accenti ungheresi omogenei e senza intoppi.

    Questo modo di mettere in musica, in cui ogni parola e ogni frase sono scolpite in modo da togliere il fiato, rivela le più piccole asperità del testo".

     

    In seguito all’esilio, per ragioni politiche, del librettista l’opera non fu più rappresentata in Ungheria fino al 1936 mentre alcune performances ebbero luogo a Francoforte (1922) e a Berlino (1929). Dopo la prima italiana avvenuta il 5 maggio 1938 al Maggio Musicale Fiorentino, per tutto il Novecento l’opera è stata rappresentata nei maggiori teatri italiani, in America, in Argentina, in Francia e in Inghilterra.

     

    La trama

     

    La vicenda, che si svolge in un periodo non ben definito nella sala buia di un castello con sette porte chiuse, ha per protagonisti Barbablù e l’ultima moglie Judith.

    Barbablù giunge al castello, immerso nell’oscurità, con la nuova moglie alla quale offre, in un primo momento, la possibilità di andar via. La donna, però, è decisa a rimanere chiedendogli con insistenza di aprire le porte chiuse in modo che la luce possa illuminare l’interno. Barbablù rifiuta ma la donna, con le sue pressanti richieste, riesce a prevalere. All’apertura della prima porta si rivela agli occhi di Judith la camera della tortura con delle macchie di sangue mentre la seconda camera è un deposito di armi e la terza contiene molte ricchezze. Spinta da Barbablù, la donna scopre, dietro la quarta porta, un bellissimo giardino e dietro la quinta una finestra che si affaccia sul vasto regno di Barbablù, ma alla luce del sole vede che tutto è macchiato di sangue. A questo punto Barbablù la prega di non continuare nella sua esplorazione ma Judith è irremovibile e apre la sesta porta scoprendo un lago d’argento corrispondente ad un lago di lacrime. Infine, ignorando le suppliche di Barbablù e accusandolo di avere ucciso le mogli precedenti delle quali ha visto il sangue e le lacrime, si accinge ad aprire la settima porta, sicura che dietro ci siano i loro corpi. Aperta la porta, nella camera scopre tre delle mogli di Barbablù ancora vive e ornate di gioielli davanti alle quali l’uomo, assalito dall’emozione, si inginocchia, tessendo le loro lodi chiamandole «la moglie dell’alba, del mezzogiorno e del tramonto». Rivolgendosi, poi, a Judith, la chiama «la moglie della notte». La donna è terrorizzata e lo prega di smettere ma egli la copre di gioielli e la chiude insieme alle altre nella settima camera rimanendo solo mentre il castello piomba nell’oscurità.

     

    La musica

     

    In quest'opera, come nella maggior parte della produzione di Bartók, si può notare l'adozione da parte del compositore del cosiddetto sistema assiale che costituisce la base della sua organizzazione armonica ed è stato illustrato in un importante saggio di Ernö Lendvai, apparso in Italia sulla «Rivista Musicale Italiana» nel 1982 con il titolo La sezione aurea nelle strutture musicali bartokiane dove vengono analizzati i principi armonici e formali che presiedono alla composizione della musica del compositore ungherese. Il sistema assiale è derivato dall'armonia funzionale, in quanto i suoni e le tonalità vengono inseriti in un contesto più ampio che li riconduce agi assi della tonica, della dominante e della sottodominante. Senza entrare in questioni eccessivamente tecniche si può affermare che l'opera si svolge nell'intero asse della tonica dal momento che parte, dal punto di vista armonico in fa diesis, trattato in modo modale per raggiungere il do nella parte centrale, prima di tornare, descrivendo un ponte a livello macroformale, al fa diesis nel finale che, secondo alcuni critici, rappresenta le tenebre, in cui sono avvolti il castello e l'anima di Barbablù all'inizio e alla fine dell'opera, in contrapposizione alla luce (do) della parte centrale. All'interno di questa macrostruttura modale, possiamo trovare passi che adottano un linguaggio armonico politonale, mentre in altri come, ad esempio, in occasione dell'apertura della terza porta, tonale. Un altro elemento simbolico è costituito dall'intervallo di seconda che, secondo alcuni critici, rappresenta il sangue, dal momento che appare tutte le volte che esso viene evocato sulla scena, mentre la scrittura vocale, appassionata e rispettosa della musicalità della lingua ungherese, può, tuttavia, risultare ostica ad un cantante non di madrelingua.

     

    Riccardo Viagrande

    Durata: 60'