Barry Douglas / Mozart / Beethoven

Barry Douglas, direttore/pianoforte

Recupero turno serale del concerto di inaugurazione stagione 2023/2024

 

  • Luogo

  • Politeama Garibaldi

  • Giorno

    ora

    Durata

    Prezzo

     

  • Giorno

    Venerdì
    14 Giugno 2024

    Ore

    21,00

    Durata

    90min.

    Prezzi

    25 - 15 €

    Calendario

  • Programma

  • Wolfgang Amadeus Mozart
    Salisburgo 1756 – Vienna 1791

    Don Giovanni KV 527, Ouverture

    Andante. Molto Allegro

     

    Periodo di composizione: Marzo - 28 ottobre 1787

    Prima esecuzione: Praga, Nationaltheater, 29 ottobre 1787. Nello stesso anno Antonio Canova completa il gruppo scultoreo Amore e Psiche

     

    “Davanti al racconto dell’emozione che mi fece provare questo incomparabile capolavoro [il Don Giovanni di Mozart], mi domando se la mia penna potrà mai tradurla, io non dico fedelmente, il che mi pare impossibile, ma almeno in modo da dare qualche idea di ciò che si è verificato in me durante quelle ore uniche il cui fascino ha dominato la mia vita come un’apparizione luminosa e una sorta di visione rivelatrice. Dall’inizio dell’ouverture, mi sentii trasportato, per mezzo dei solenni e maestosi accordi della scena finale del Commendatore, in un mondo assolutamente nuovo. Fui preso da un terrore che mi agghiacciava; e, quando arrivò quella progressione minacciosa sulla quale si srotolano quelle scale ascendenti e discendenti, fatali e implacabili come un arresto di morte, fui preso da un tale spavento che la testa mi cadde sulle spalle di mia madre e, come attanagliato da quella doppia morsa del bello e del terribile, mormorai queste parole: Oh manan, che musica! È veramente la musica, questa!”

    Con queste parole, nei suoi Mémoires d’un artiste, il compositore Charles Gounod ricordò il suo primo incontro, avvenuto giovanissimo in occasione di una ripresa al Théâtre des Italiens di Parigi, con il Don Giovanni di Mozart, opera che suscitò l’ammirazione non solo sua, ma anche di altri grandi compositori come Haydn, Beethoven, Rossini, Wagner e Richard Strauss. Seconda opera, in ordine cronologico, delle tre che fanno parte della cosiddetta trilogia di Da Ponte, il Don Giovanni, composto da Mozart nel 1787 su commissione dell’impresario italiano Pasquale Bondini, del resto, aveva riscosso un immediato successo alla prima rappresentazione, alla quale aveva assistito anche Casanova, avvenuta a Praga il 29 ottobre 1787, con un cast nel quale, oltre alla prima moglie dell’impresario, Teresa Bondini figuravano Teresa Saporiti, Caterina Micelli, Luigi Bassi, Antonio Baghoni e Felice Ponziani. Diversa fu l’accoglienza riservata all’opera dal pubblico viennese che, alla prima nel 1788 nella capitale asburgica, si mostrò piuttosto freddo, nonostante Mozart avesse per l’occasione inserito due importanti brani come le arie Dalla sua pace di Don Ottavio e Mi tradì quell’alma ingrata di Donna Elvira. Composta due giorni prima della prima rappresentazione, quest’ouverture si apre con un Andante, nel quale è ripreso il materiale musicale della scena finale del Commendatore, dove Don Giovanni viene punito. Ad esso segue un brioso Molto allegro nel quale emerge la figura licenziosa e spensierata del famoso cavaliere.

    Durata: 7'

    Ludwig van Beethoven
    Bonn, 1770 - Vienna, 1827

    Concerto n. 5 in mi bemolle maggiore op. 73 “Imperatore” per pianoforte e orchestra

    Allegro

    Adagio un poco mosso

    Rondò

     

    Periodo di composizione: 1809-1810. Principale fatto storico: occupazione di Vienna da parte delle truppe napoleoniche

    Prima esecuzione: Lipsia, Gewandhaus, 13 gennaio 1811, anno in cui la Francia di Napoleone raggiunse la sua massima espansione

     

    Composto nel 1809, il Quinto concerto per pianoforte e orchestra costituisce il congedo di un Beethoven ancora giovane da questo genere che pur gli aveva riservato notevoli e importanti successi e si configura, quindi, come una forma di testamento che, per il suo carattere monumentale e sinfonico, apre le porte agli importanti sviluppi che questa forma avrebbe avuto nell’Ottocento. Acclamato pianista, Beethoven si era, infatti, inserito nel mondo musicale prima come esecutore che come compositore ed era stato il primo interprete al pianoforte dei suoi concerti, dei quali l’ultimo era stato eseguito soltanto un anno prima, il 22 dicembre 1808, al Teatro An der Wien. L’acuirsi della sordità e, quindi, l’impossibilità di sedersi al pianoforte per eseguire come solista la propria musica indussero, probabilmente, Beethoven a non scrivere più concerti per strumento solista in genere e per pianoforte in particolare. Il 1809, inoltre, non era stato certo un anno facile per il compositore per il quale alla già grave menomazione fisica si unì una sfavorevole congiuntura sia personale che politica, determinatasi, quest’ultima, con l’occupazione di Vienna da parte delle truppe napoleoniche che l’11 maggio di quell’anno avevano aperto il fuoco sulla capitale asburgica costringendo Beethoven a lasciare la sua casa a Wallfischgasse e a rifugiarsi presso il fratello Karl.

    Il Quinto concerto fu composto proprio in questi alquanto tribolati giorni, ma fu eseguito per la prima volta in pubblico soltanto due anni dopo, il 28 novembre 1811, al Gewandhaus di Lipsia dove il direttore Johann Philippe Christian Schulz e il giovane pianista Johann Friedrich diedero vita ad un’esecuzione che l’«Allgemeine Musikalische Zeitung» non esitò a definire un trionfo. Alla prima esecuzione viennese, avvenuta il 15 febbraio 1812 con il giovane pianista Carl Czerny, allievo di Beethoven, il Concerto non ebbe la stessa accoglienza e solo un ufficiale della Grande Armée francese fu sentito, alla fine, esclamare: Questo è l’imperatore dei concerti. Secondo questo aneddoto il titolo posticcio di “Imperatore” deve essere attribuito a questo anonimo ufficiale e non a Johann Baptist Cramer, pianista ed editore oltre che amico del compositore, come vorrebbe un’altra versione dei fatti. Alla fortuna di questo titolo hanno certo contribuito sia la scelta della tonalità, il mi bemolle maggiore, che lo accomuna all’Eroica, sia  la monumentalità dell’opera che raggiunge proporzioni senza precedenti tali da rappresentare un’importante innovazione per la stessa forma del concerto solistico.

    Il primo movimento, Allegro, infatti, contrariamente alla consuetudine, che prevede la presenza dell’esposizione orchestrale, mette subito in rilievo il solista, al quale, insieme all’orchestra, è affidato il compito di presentare la tonalità d’impianto, il mi bemolle maggiore, attraverso i suoi accordi più rappresentativi. Proprio da questi accordi scaturiscono eleganti e virtuosistiche decorazioni del solista, generalmente riservate alla cadenza finale del primo movimento, soppressa in questo concerto per esplicita volontà del compositore che prescrisse: non si fa alcuna cadenza, ma si attacca subito il seguente. A questa introduzione segue l’esposizione orchestrale con il trionfale e solenne primo tema, affidato ai violini primi, al quale si contrappone dialetticamente il secondo che assume prima un carattere saltellante nel delicato staccato degli archi per diventare, poi, sensuale nella dolce versione legata affidata ai corni. La riesposizione del solista si configura già come una forma di sviluppo sia  per le eleganti variazioni affidate al pianoforte, che ornano il primo tema, sia per la scelta di Beethoven di riprendere il secondo in una tonalità lontana. Nello sviluppo vero e proprio la dialettica tematica, tipica della forma-sonata, si integra in una nuova forma di contrasto dialettico tra l’orchestra che rielabora i temi e il pianoforte al quale è lasciato il compito di variarli virtuosisticamente. Ulteriore testimonianza della perfetta integrazione fra solista e orchestra è l’assenza della cadenza nella parte conclusiva del movimento quando il virtuosismo del pianoforte, mai fine a se stesso e sempre teso a rinnovare gli elementi tematici, dialoga con gli altri strumenti in una totale situazione di parità. Il secondo movimento, Adagio un poco mosso, presenta una delicata e solenne compostezza, dotata di una pensosa religiosità espressa magnificamente dall’iniziale tema di corale in si maggiore, affidato agli archi. Sorprendente e, per certi aspetti, straniante è l’ingresso del pianoforte a cui è affidato uno struggente tema in terzine che, soltanto nella parte conclusiva, cede il posto alla ripresa del tema principale. Legato al secondo movimento con due misure in cui il pianoforte anticipa il tema iniziale, il terzo movimento, Allegro, costituisce una geniale contaminazione tra la forma del Rondò e quella del tema e variazioni; il tema iniziale, caratterizzato da una grande libertà agogica che maschera il ritmo di 6/8 con una scansione in 3/4, viene variato virtuosisticamente nei successivi episodi che si alternano ai canonici refrain. Questa scrittura virtuosistica dà l’impressione di una continua improvvisazione, ben controllata da Beethoven, che, costruendo tutto in modo perfetto, non lascia all’improvvisazione del solista nessuno spazio se non quello ritagliatogli dal compositore.

    Durata: 38'

    Ludwig van Beethoven
    Bonn, 1770 - Vienna, 1827

    Sinfonia n. 5 in do minore op. 67

    Allegro con brio

    Andante con moto

    Allegro

    Allegro, sempre più allegro, Presto

     

    Periodo di composizione: 1804-1808

    Prima esecuzione: Vienna, Theater an der Wien, 22 dicembre 1808. Nello stesso giorno, Napoleone lasciò Madrid con le sue truppe per attaccare l’armata britannica del generale John Moore che batteva in ritirata.

     

    Composta tra il 1804 e il 1807, anche se fu completata nel 1808, la Quinta sinfonia, dedicata al principe Lobkowitz e al conte Rasumovsky, fu eseguita per la prima volta sotto la direzione di Beethoven, insieme alla Sesta e ad altri lavori in un lunghissimo concerto tenuto al Theater an der Wien a Vienna il 22 dicembre 1808. L’accoglienza del pubblico fu piuttosto fredda anche per la lunga durata dell’Accademia che comprendeva oltre alle due sinfonie, una Scena e aria, cantata da Mademoiselle Killishky, un Gloria, il Concerto n. 4 op. 58 per pianoforte e orchestra, un Sanctus con solista e coro e la Fantasia op. 80 per coro, pianoforte e orchestra. A tale proposito è significativo quanto scrisse il compositore Johann Friedrich Reichardt che, ospite del principe Lobkowitz, assistette al concerto:

    “Vi siamo stati a sedere dalle sei e mezza fino alle dieci e mezza in un freddo polare, e abbiamo imparato che ci si può stufare anche delle cose belle. Il povero Beethoven, che da questo concerto poteva ricavare il primo e unico guadagno di tutta l’annata, aveva avuto difficoltà e contrasti nell’organizzarlo. […] Cantanti e orchestra erano formati da parti molto eterogenee. Non era stato nemmeno possibile ottenere una prova generale di tutti i pezzi, pieni di passi difficilissimi. Ti stupirai di tutto quel che questo fecondissimo genio e instancabile lavoratore ha fatto durante queste quattro ore. Prima una Sinfonia Pastorale o ricordi della vita campestre pieni di vivacissime pitture e di immagini. Questa Sinfonia Pastorale dura assai di più di quanto non duri da noi a Berlino un intero concerto di corte. […] Poi, come sesto pezzo, una lunga scena italiana […] Settimo pezzo: un Gloria, la cui esecuzione è stata purtroppo completamente mancata. Ottavo brano: un nuovo concerto per pianoforte e orchestra di straordinaria difficoltà […]. Nono pezzo: una Sinfonia [la Sinfonia n. 5 op. 67]. Decimo pezzo: un Sanctus […]. Ma al concerto mancava ancora il “gran finale”: la Fantasia per pianoforte, coro e orchestra. Stanchi e assiderati, gli esecutori si smarrirono del tutto”.

    La straordinaria novità di questa Sinfonia non sfuggì, però, alla critica romantica e, in particolar modo, a Ernst Theodor Amadeus Hoffmann che, nel suo saggio, La Quinta sinfonia di Beethoven, pubblicato sulla rivista Allgemeine Musikalische Zeitung nel 1810, la definì una composizione meravigliosa.

    Il primo movimento, Allegro con brio, si apre con il celeberrimo tema di quattro note, a proposito del quale lo stesso Beethoven ebbe modo di dire a Schubert: Ecco il destino che batte alla porta. Tutto il materiale tematico del primo movimento è originato da questo primo tema sul quale Hoffmann, nel succitato saggio, così si espresse:

    “Nulla può essere più semplice della frase principale del primo allegro, consistente di due sole battute, che dapprima nell’unisono non dà all’uditore nemmeno un tono determinato.”.

    Questo tema costituisce il principio unitario su cui si fonda l’intera sinfonia, in quanto appare mascherato in alcuni passi del secondo movimento, Andante con moto, formalmente un tema e variazioni interrotte, quest’ultime, da fanfare degli ottoni, e ritorna nello Scherzo (Allegro) in tutta la sua forza, quando, affidato ai corni, dà origine ad una nuova idea tematica che alla fine del movimento introduce il quarto direttamente legato al precedente da una fase di transizione. Quest’ultimo movimento, Allegro, sempre più allegro, Presto, nell’incalzare del ritmo, costituisce una vera e propria apoteosi resa da una costruzione grandiosa di grande effetto.

     

    Riccardo Viagrande

    Durata: 29'