Poulenc, Satie

Jan Latham-Koenig, direttore

Orazio Sciortino, pianoforte

Vincenzo Rana, pianoforte

Pierluigi Camicia, pianoforte

  • Luogo

  • Politeama Garibaldi

  • Giorno

    ora

    Durata

    Prezzo

     

  • Giorno

    Venerdì
    28 Aprile 2023

    Ore

    21,00

    Durata

    80min.

    Prezzi

    - €

    Calendario

  • Giorno

    Sabato
    29 Aprile 2023

    Ore

    17,30

    Durata

    80min.

    Prezzi

    - €

    Calendario

Omaggio a Poulenc nel sessantesimo della morte

  • Programma

  • Francis Poulenc
    Parigi, 1899 - Parigi, 1963

    Concerto per pianoforte e orchestra

    Allegretto

    Andante con moto

    Rondeau à la française

     

    Risale al 1943 la prima idea di Francis Poulenc di comporre un Concerto per pianoforte e orchestra, ma fu soltanto tra luglio e ottobre 1949 che il compositore riuscì a realizzarla. Dedicato al Denise Duval, soprano francese che fu una delle sue muse ispiratrici, e a Raymond Destouches, un tassista che fu il suo primo compagno ufficiale di vita, il Concerto fu eseguito in forma privata presso il salotto di Mica Salabert, proprietaria dell'omonima casa editrice, poco prima della partenza del compositore per Boston, dove avvenne la prima vera esecuzione pubblica il 6 gennaio 1950 sotto la direzione di Charles Munch e con il compositore al pianoforte. Il Concerto ottenne un discreto successo dovuto più alla simpatia da parte del pubblico nei confronti del compositore che a vero e proprio entusiasmo. Poulenc annotò, infatti, nel suo diario: «Il Rondò alla francese ha scioccato per la sua impertinenza e il suo aspetto da cattivo ragazzo». Diversa fu l'accoglienza a Montreal dove il 1° febbraio fu bissato il Finale di questo Concerto sul quale lo stesso Poulenc così si era espresso in un'intervista rilasciata a Claude Rostand:

     

    "Al contrario dei grandi famosi concerti, che richiedono grandi virtuosi, ho deciso di scrivere un concerto leggero, una specie di ricordo di Parigi di un pianista-compositore".

     

    Deludente fu invece l'accoglienza riservata al Concerto dalla stampa, in occasione di un'esecuzione, il 24 luglio 1950, al Festival di Aix-en-Provence. Esso fu definito, infatti, sulle colonne de «La Suisse»,  «una miserevole elucubrazione», mentre ancora più dura fu la stroncatura apparsa su «Le Figaro» il 27 luglio 1950 a firma di Bernard Gavoty il quale, mosso anche un po' forse dal risentimento dal momento che non aveva digerito la risposta di Poulenc, sullo stesso giornale, alle critiche mosse da lui al Bolivar di Milhaud, scrisse:

     

    "Queste armonie sono state scelte internazionalmente tra le più banali tra quelle esistenti. Di proposito, nessun piano, nessun vero sviluppo: una semplice catena di canzoni, di ritornelli usati, di vampate d'operette, per meglio creare l'atmosfera, facile e fiacca".

     

    Una delle poche voci che si levarono a difesa del  Concerto di Poulenc fu quella dell'amico Claude Rostand il quale su «Paris-Presse» del 26 luglio scrisse:

     

    "Ci sono due persone in Poulenc: c'è, oserei dire, il monaco e il teppista. È il secondo che ha firmato il nuovo concerto. Un cattivo ragazzo, sensuale e coccolone, monello e tenero, grazioso e brusco, aristocratico e popolare".

                 

    Sebbene sia formato da tre movimenti, il Concerto per pianoforte e orchestra non segue, in quanto alla forma, il modello musicale classico, poiché il primo movimento, Allegretto, che si discosta nettamente dalla forma-sonata, è una pagina molto divertente e sensuale, paragonata dalla critica ad uno show di moda parigino in cui le diverse melodie presentano un carattere così gioioso da catturare subito l’attenzione dell’ascoltatore. Molto bella, vivace e ricca di ornamenti è la melodia iniziale che riappare alla fine del movimento dopo un Largo centrale quasi mistico. Il secondo movimento, Andante con moto, si segnala per un carattere malinconico che traspare nel tema principale ed è accompagnato da un disegno ritmico pulsante che ricorda un passo simile del primo movimento della prima sinfonia di Šostakovič. Il Finale è un Rondeau à la française che ritmicamente si sviluppa seguendo le movenze della danza di origine brasiliana Maxixe, chiamata anche Tango brasiliano. L’amalgama, al suo interno, tra la struttura del Tango e la citazione della canzone Way Down upon the Swanee River riesce ad arricchire e ad abbellire ulteriormente il brano.

    Durata: 20'

    Francis Poulenc
    Parigi, 1899 - Parigi, 1963

    Concerto in re minore per due pianoforti e orchestra FP 61

    Allegro ma non troppo

    Larghetto

    Allegro molto

     

    “Sono meravigliato che si parli già del Concerto per due pianoforti in Belgio. Devo confessare senza falsa modestia che in effetti ha stupito anche le persone accorse al Festival. Il povero Pruneton [Henry Prunières], proprio lui, ne Les Nouvelles littéraires di questa settimana è costretto ad ammettere «l’accoglienza trionfale». Vedrà da solo che questo Concerto è un enorme passo in avanti rispetto alle mie opere precedenti e che grazie ad esso entro senza alcuna esitazione nel mio miglior periodo […]. Devo rendere omaggio a Defauw che è stato un direttore di valore e all’orchestra di Toscanini per la quale non esistono aggettivi”.

     

    Così lo stesso Francis Poulenc manifestò, in una lettera all’amico musicologo Paul Collaer del primo ottobre 1932, la sua gioia per l’esito trionfale conseguito alla prima esecuzione dal suo Concerto per due pianoforti e orchestra avvenuta alla Fenice di Venezia il 5 settembre 1832 con il compositore e Jacques Février in qualità di solisti e l’orchestra della Scala diretta da Désiré Defauw. In occasione di questa première Henry Prunière, che nella lettera a Collaer Poulenc aveva affibbiato il nomignolo di Pruneton, scrisse su «La Revue Musicale» del mese di novembre 1932:

     

    "Il successo ha corrisposto all'attesa, grazie soprattutto, bisogna dirlo, al Concerto per due pianoforti e piccola orchestra di Francis Poulenc che fu nell'ambito sinfonico il grande evento del Festival. Se non mi fa impazzire il Larghetto, che pasticcia in modo un po' troppo diretto lo stile di Mozart, mi piacciono molto il primo e il terzo movimento. L'Allegro iniziale appartiene alla migliore vena di Poulenc. Vi si trova quella freschezza melodica che rendeva affascinanti le sue prime composizioni unita a un'abilità armonica e orchestrale che gli è mancata per molto tempo. L'esecuzione di Poulenc, Jacques Février e di un ensemble di solisti della Scala sotto la direzione di Désiré Defaw, fu assolutamente meravigliosa".

     

    Composto in brevissimo tempo nell’estate del 1932, il Concerto era stato commissionato dalla Principessa di Polignac, una mecenate, al cui nome sono legate molte prime esecuzioni assolute di opere di compositori dell’avanguardia come Chabrier, d'Indy, Debussy, Fauré, Stravinskij e Ravel. Come ricordato dallo stesso Poulenc, fu proprio la Principessa ad ispirare l’idea di comporre un concerto per due pianoforti, in quanto:

     

    “desiderando far suonare a Venezia, sia me che Jacques Février, la Principessa ebbe l’idea di un doppio concerto. Questa commissione mi affascinò e lo scrissi molto rapidamente, in appena due mesi e mezzo”.

     

    Considerato dagli studiosi il lavoro più maturo del periodo giovanile della produzione di Poulenc, il Concerto è intriso di suggestioni che vanno dalle sonorità del gamelan balinese che il compositore aveva ascoltato all'Esposizione coloniale di Parigi del 1931 a quelle mozartiane.

    Il primo movimento, Allegro ma non troppo, è difficilmente classificabile dal punto di vista formale essendo costituito da due parti totalmente indipendenti delle quali la prima è una grande toccata a sua volta tripartita con una sezione centrale più lenta, mentre la seconda, pervasa da un’atmosfera misteriosa, è caratterizzata dal moto perpetuo ispirato al gamelan. Suggestioni mozartiane e, in particolar modo, dei movimenti centrali dei Concerti n. 20, 21 e 26 contraddistinguono il secondo movimento, Larghetto, una pagina caratterizzata da una melodia pura all’interno della quale si insinuano accenti di ascendenza romantica. L’ultimo movimento, Allegro molto, è un travolgente Rondò nel quale suggestioni tratte dal Jazz e anche dalla music-hall parigina vengono riscritte in chiave ironica.

    Durata: 18'

    Erik Satie
    Honfleur, 1866 - Parigi, 1925

    Parade op. 166, balletto in un atto su soggetto di Jean Cocteau

    1. Choral

    2. Prélude du rideau rouge

    Quadro primo

    3. Prestidigitateur chinois

    Quadro secondo

    4. Petite fille américaine

    5. Ragtime du Paquebot

    Quadro terzo

    6. Acrobates

    Conclusione

    7. Final

    8. Suite au prélude du rideau rouge

     

    "Un oltraggio al gusto francese". Così aveva definito il critico musicale Jean Poueigh, in una sua recensione alla prima rappresentazione, il balletto Parade di Erik Satie  il quale rispose con alcuni biglietti fattigli recapitare per posta del quale il più famoso, anche per la sua volgarità, recitava: «Monsieur et cher ami, ce que je sais c'est que vous êtes un cul, si j'ose dire, un "cul" sans musique. Signé Erik Satie» («Signore e caro amico, quello che io so è che voi siete solo un culo, oserei dire, un "culo" senza musica! Firmato Erik Satie»). Terribilmente offeso, Poueigh denunciò per diffamazione Satie che fu condannato a 8 giorni di carcere e a una pesante multa. Anche Jean Cocteau, autore del libretto, fu arrestato e picchiato per aver protestato violentemente contro l'avvocato dell'accusa durante il processo e solo grazie all'intervento della Principessa di Polignac la pena nei confronti di Satie fu sospesa fino al 15 marzo 1918. Tra l'altro questo balletto non era nato da un'idea di Satie ma di Jean Cocteau, che, avendo già collaborato con i Balletti Russi nel 1912 per Le diable bleu di Reynhaldo Hahn, ne aveva proposto a Djagilev uno nuovo del quale sarebbero stati protagonisti personaggi eccentrici che si muovevano in una fiera. Nel frattempo, inoltre, Cocteau aveva fatto la conoscenza di Satie, la cui suite per pianoforte a quattro mani, Trois morceaux en forme de poire, lo aveva impressionato al punto da pensare di scrivere un libretto proprio per questa musica. Allettato dal desiderio di comporre un balletto, Satie si rifiutò di riutilizzare musica che aveva già scritto, ma accettò la proposta di Cocteau che, per il soggetto del libretto, si era ispirato al dipinto La parata del circo di Georges Seurat. La prima rappresentazione, avvenuta a Parigi il 18 maggio 1917 al Théâtre du Châtelet sotto la direzione di Ernest Ansermet, con le scene e i costumi di Pablo Picasso e la coreografia di Léonide Massine che si esibì anche nella parte del prestigiatore cinese, fu causa dello scandalo e delle polemiche alle quali si è accennato in precedenza. A scandalizzare il pubblico e la critica furono i rumori prodotti sulla scena da una ruota della lotteria, da una macchina da scrivere, da una pistola, da un set di bottiglie e anche la presenza di insoliti personaggi, tra cui acrobati, prestigiatori e prostitute. In effetti il libretto di Cocteau, che aveva come scopo quello di costruire un mondo leggero, bizzarro e al tempo stesso poetico da opporre a quello brutale determinato dagli eventi bellici, non ha una vera e propria trama dal momento che esso mette in scena una parata di artisti da fiera che si esibiscono per strada nei loro numeri per attirare i passanti affinché comprano il biglietto per assistere allo spettacolo che avrebbero dato nel loro piccolo teatro. Inizialmente sono un manager parigino e uno americano che cercano di attirare l'attenzione con un atteggiamento cerimonioso. Poi è la volta di un prestigiatore cinese, che fa apparire e scomparire un uovo, di una bambina americana che interpreta varie scene di film, tra cui guidare un'automobile o sparare con una pistola, e alla fine balla un ragtime, che, tra l'altro, costituisce il primo brano di musica jazz introdotto in un contesto classico, di un cavallo, mosso da due ballerini, e, infine, di due acrobati che si esibiscono in un salto mortale. Queste esibizioni non convincono, però, il pubblico, che ha già di fatto assistito alla rappresentazione, a comprare il biglietto.

    Dal punto di vista musicale Satie adottò una scrittura semplice sia nella costruzione delle melodie, in prevalenza da fiera, come voleva l'ambientazione e con accompagnamenti uniformi, anche questi perfettamente idonei al contesti, sia nell'orchestrazione leggera che dava spazio ai rumori di cui si è parlato in precedenza. In realtà si assiste a una mescolanza di una scrittura tradizionale contraddetta da situazioni insolite con  squarci lirici che vengono, subito dopo, ridicolizzati.  

    Durata: 15'

    Erik Satie
    Honfleur, 1866 - Parigi, 1925 Claude Debussy
    Saint-Germain-en-Laye, 1862 - Parigi, 1918

    Gymnopédies n. 1 e n. 3 (Versione orchestrale di Claude Debussy)

    N. 1 Lent et douloureux

    N. 3 Lent et grave

     

    "Erik Satie occupa nella storia dell'arte contemporanea un posto veramente eccezionale. A margine della sua epoca, questo isolato ha scritto una volta alcune brevi pagine che sono di un geniale precursore. Queste opere, sfortunatamente poco numerose, sorprendono per una prescienza del vocabolario modernista e per il carattere profetico di certe trovate armoniche".

    Così recitava la nota di sala del concerto interamente dedicato alla produzione pianistica di Satie tenuto da Ravel il 16 gennaio 1911 a Parigi nel quale fu eseguita la terza delle sue Tre Gymnopédies la cui composizione risale al 1888. Ispirate a una danza praticata da efebi nudi nell'antica Sparta, le Gymnopédies si segnalano per la loro modernità consistente non solo in un'armonia modale, i cui accordi non risolvono secondo le regole tradizionali, in una scrittura melodica totalmente diatonica e in un'assoluta libertà formale, ma soprattutto nel tempo che, pur muovendosi al ritmo di una valzer lento, dà l'impressione di una sostanziale immobilità. Questi lavori attirarono l'attenzione di Ravel, che, oltre ad eseguirle in concerto, definì Les entretiens de la Belle et de la Bête della sua Ma mère l'oye la quarta gymnopédie, e di Debussy che orchestrò la prima e la terza nel 1897 affermando che la seconda non si prestava ad alcuna possibilità di strumentazione. Dotate nell'orchestrazione di Debussy di un'aura magica grazie ad un sapiente uso dei timbri orchestrali, queste due Gymnopédies furono eseguite per la prima volta il 20 febbraio 1897 presso la Salle Érard sotto la direzione di Gustave Doret nell'ambito dei concerti della Société nationale de musique.

    Durata: 6'

    Erik Satie
    Honfleur, 1866 - Parigi, 1925 Francis Poulenc
    Parigi, 1899 - Parigi, 1963

    Gnossienne n.3 (Orchestrazione di Francis Poulenc)

    Composte da Satie tra il 1889 e il 1997, le Gnossienne  sono 7 brani per pianoforte il cui titolo corrisponde a un termine di nuovo conio, probabilmente derivato dalla parola «gnosi», che significa conoscenza delle verità religiose e filosofiche, o dal palazzo di Cnosso (Gnossus). Come le Gymnopédies, questi brani sono assimilabili a delle danze nonostante manchi la scansione in misure che comunque non inficia la struttura ritmica del brani sempre ben chiara. Nel 1939 Francis Poulenc intese offrire un omaggio a Satie orchestrando in modo estremamente raffinato per la scelta dei colori Deux Préludes posthumes et une Gnossienne, la terza delle sette scritte dal compositore francese.

    Durata: 4'

    Erik Satie
    Honfleur, 1866 - Parigi, 1925 Darius Milhaud
    Marsiglia 1892 - Ginevra 1974

    Jack in the box (Orchestrazione di Darius Milhaud)

    Prélude. Assez vif (titolo originale: Gigue)

    Entr'acte. Vif (titolo originale: Marche sourde des repasseurs de couteaux, des tireurs de chenilles et des casseurs de briques)

    Finale. Modéré. Vif

     

    Chiamata dallo stesso Satie una clownerie, la suite Jack in the box fu composta per pianoforte nel 1899 su suggerimento del suo vicino di casa, l'illustratore Jules Depaquit, che gli aveva chiesto di scrivere delle musiche per accompagnare una pantomima della quale lui stesso avrebbe ideato le scene per la rappresentazione. Satie aveva, dunque, intenzione di orchestrare questi tre brani, ma, avendoli smarriti e pensando di averli lasciati su un autobus, non portò a compimento il suo progetto. Lo spartito pianistico fu ritrovato, però, dopo la sua morte, insieme ad altre carte, nel disordine in cui versava la sua abitazione, dietro al pianoforte. Sarebbe stato Darius Milhaud ad orchestrare nel 1926 la partitura che, in questa versione, poté ritrovare la sua destinazione originaria, quella del balletto. A tale fine il geniale impresario dei Balletti Russi, Djagilev, che aveva sperato di collaborare con Satie per un balletto, colse l'occasione per realizzarlo, volendo in  questo modo sia celebrare i sessant'anni dalla nascita del compositore sia raccogliere i fondi per dargli una degna sepoltura. Per questa ragione affidò la coreografia a George Balanchine, le scene e i costumi ad André Derain, essendo perduti quelli fatti da Depaquit, e ingaggiò il ballerino Stanislas Idzikowski che, oltre ad essere dotato di una tecnica eccezionale, aveva una capacità di elevazione simile a quella del grande Nižinskij. Il balletto alla prima rappresentazione, avvenuta il 3 luglio 1926 al Théâtre de la Ville "Sarah Bernhardt" in una serata in cui furono messi in scena anche i balletti Parade e Mercure, non ottenne un grande successo tanto che gli incassi non bastarono per realizzare la tomba progettata per Satie.

    La semplice coreografia del balletto prevedeva la presenza di tre ballerine, che, collocate su un fondale costituito da nuvole di cartone, alla prima rappresentazione furono Ljubov' Černyšëva, Aleksandra Danilova e Felia Doubrovska. Queste si muovevano come delle trottole e giocavano con un burattino, impersonato da Idzikowski, che veniva trattato come se fosse una palla.

    In tre movimenti, costituiti da un Prélude (Assez vif), il cui titolo originale era Gigue, da un Entr'acte. (Vif), intitolato originariamente  Marche sourde des repasseurs de couteaux, des tireurs de chenilles et des casseurs de briques e dal Finale  (Modéré. Vif), la scrittura di Satie, pur nella grande varietà ritmica, risente dell'influenza della musica americana che si poteva ascoltare nei cabaret e nelle music-hall della capitale francese. Particolarmente ricca dal punto di vista timbrico è l'orchestrazione di Milhaud che è riuscito non solo ad esaltare la vena ironica che pervade questa partitura, ma anche ad utilizzare molto bene i fiati e le percussioni sfruttati come nelle jazz-band americane.

     

    Riccardo Viagrande

     

    Durata: 7'