Debussy & Ravel

Maxime Pascal, direttore

Giuseppe Albanese, pianoforte

  • Luogo

  • Politeama Garibaldi

  • Giorno

    ora

    Durata

    Prezzo

     

  • Giorno

    Sabato
    09 Maggio 2020

    Ore

    17,30

    Durata

    80min.

    Prezzi

    25 - 12 €

    Calendario

  • Programma

  • Claude Debussy
    Saint-Germain-en-Laye, 1862 - Parigi, 1918

    Jeux, poema danzato per orchestra

    Quasi del tutto dimenticato dopo il fiasco della prima rappresentazione avvenuta il 15 maggio 1913 al Théâtre des Champs Elysées di Parigi con il grande ballerino Vaclav Nižinskij in qualità di interprete e coreografo, Jeux di Debussy è stato rivalutato da Pierre Boulez che, contrariamente alle critiche dei contemporanei disorientati di fronte a una partitura dalla scrittura dissonante e, inoltre, distante, per concezione, dal balletto classico di Delibes o Čajkovskij, affermò:

     

    "l'immaginazione del compositore non procede a stendere dapprima la trama musicale e poi a rivestirla con meraviglie orchestrali: l'orchestrazione stessa riflette non solo le idee musicali, ma anche il genere di scrittura in cui si traducono".

     

    Nel 1913 i tempi non erano ancora maturi per comprendere questo lavoro di Debussy, che, peraltro, non essendo un ammiratore della compagnia dei Ballets Russes», aveva composto questo balletto senza particolare entusiasmo. Del resto il primo incontro di Debussy con la compagnia fondata da Diaghilev, costituito dalla messa in scena, il 29 maggio 1912, di una coreografia realizzata da Nižinskij del Prélude à l'après-midi d'un faune,  non era stato segnato dal successo ed anzi si era risolto in un vero e proprio scandalo che non aveva scoraggiato per nulla l'intraprendente e geniale impresario russo. Questi, infatti, solo un mese dopo, decise di commissionare la musica di un nuovo balletto a Debussy il quale, dopo qualche iniziale resistenza, dovuta anche al soggetto scritto a quattro mani da Nižinskij e da Léon Bakst e da lui giudicato addirittura orribile e poco consono alla sua musa, accettò l'offerta di Diaghilev in presenza del lauto compenso di ben 10000 franchi. Composta in brevissimo tempo tra luglio e agosto del 1912, la partitura fu continuamente ritoccata da Debussy fino a pochi giorni dalla prima rappresentazione che avvenne il 15 maggio 1913 al Théâtre des Champs Elysées. La tiepida accoglienza di cui già si è parlato e lo scandalo suscitato dal Sacre du printemps di Stravinkij, rappresentato due settimane dopo il debutto di Jeux, indussero la compagnia a mettere da parte questo spettacolo. Ripresa in un concerto sinfonico nel mese di marzo del 1914, la musica di Debussy in realtà esprime perfettamente il soggetto del balletto che recitava:

     

    "La scena si svolge in un giardino al crepuscolo, dove due ragazze e un giovane stanno cercando una palla da tennis che hanno smarrito. La luce artificiale delle grandi lampade elettriche getta raggi fantastici intorno a loro e suggerisce un'atmosfera di giochi infantili; giocano a nascondersi, si rincorrono, litigano, tengono il broncio senza ragione. La notte è calda, il cielo è immerso in una pallida luce, si baciano. Ma l'incanto è rotto da un'altra palla lanciata maliziosamente da una mano sconosciuta. Sorpresi e spaventati, il giovane e le ragazze scompaiono nelle profondità oscure del giardino".

     

    Caratterizzato da una scrittura fluttuante, nella quale i temi non vengono sottoposti a un vero e proprio sviluppo, questo lavoro di Debussy, è stato giustamente definito da Boulez, che ha notato il suo legame con il Prèlude, «il pomeriggio di un fauno in abiti sportivi».

    Durata: 19'

    Maurice Ravel
    Ciboure, 1875 - Parigi, 1937

    Concerto in sol per pianoforte e orchestra

    Allegramente, Meno vivo, Al tempo

    Adagio assai

    Presto

     

    Ultima importante opera di Ravel scritta prima della grave malattia cerebrale che lo avrebbe condotto alla morte, il Concerto in sol maggiore per pianoforte e orchestra fu composto per esigenze esecutive, come è dimostrato dal fatto che il primo progetto risale alla vigilia della tournée che il compositore stava per fare negli Stati Uniti nel 1927. In verità questo lavoro era stato commissionato da Serge Koussevitzky per il concerto celebrativo del cinquantesimo anniversario dell’Orchestra Sinfonica di Boston, ma esso andò piuttosto a rilento e s’intrecciò con la composizione del Concerto per la mano sinistra commissionatogli dal pianista viennese Paul Wittgenstein che, pur avendo perso il braccio destro durante la Prima Guerra Mondiale, aveva deciso di ritornare nelle sale da concerto esibendosi solo con la mano sinistra con la quale aveva raggiunto un alto livello di perfezione. La composizione del Concerto non fu dunque continua, essendo stata ripresa e abbandonata più volte, e fu completata solo dopo due anni di lavoro, come lo stesso Ravel ebbe modo di affermare in un’intervista rilasciata a Robert de Fragny:

     

    “Il Concerto in sol maggiore occupò due anni di lavoro; sai che il tema di apertura mi venne su un treno tra Oxford e Londra. Ma l’idea iniziale è niente. Il lavoro di cesellatura iniziò allora”.

     

    Completato nel 1931, il Concerto in sol fu eseguito per la prima volta il 14 gennaio 1932 nella Sala Pleyel di Parigi con Ravel sul podio e al pianoforte Marguerite Long, grande e stimata interprete anche di Debussy e Fauré, alla quale questo lavoro fu dedicato, come la stessa pianista ricordò in seguito:

     

    “Un giorno a cena in casa di Mme de Saint-Marceux, il cui salotto, secondo Colette, fu una roccaforte di artistica familiarità, Ravel mi disse direttamente: «Io sto componendo un concerto per te. Hai qualcosa in contrario se si conclude pianissimo e con dei trilli?». «Per nulla». Replicai, semplicemente troppo felice di realizzare il sogno di tutti i virtuosi”.

     

    Questo lavoro è stato definito dallo stesso compositore in un’intervista rilasciata al «Daily Telegraph»:

     

    “Un concerto nel senso più esatto del termine, scritto nello spirito di quelli di Mozart o di Saint-Saëns. Io penso effettivamente che la musica di un concerto possa essere gaia e brillante, e che non sia necessario ch’esso abbia pretese di profondità o che miri ad effetti drammatici. Si è detto di alcuni grandi musicisti classici che i loro Concerti sono stati concepiti non per pianoforte, ma contro di esso; per conto mio, considero questo giudizio come perfettamente motivato. All’inizio pensavo di motivare la mia opera Divertissement, poi ho sentito che non ce n’era bisogno dato che il titolo Concerto è sufficientemente esplicito per quanto riguarda il carattere della musica che lo compone. Sotto certi aspetti il Concerto presenta una certa relazione con la mia Sonata per violino; presenta anche alcuni elementi chiesti in prestito dal jazz, ma con moderazione”   

     

    Dal punto di vista formale il Concerto è diviso in tre movimenti, dei quali il primo, Allegramente, presenta una grande libertà negli andamenti e uno sviluppo in cui il rapporto tra pianoforte e orchestra mostra i caratteri peculiari dello stile di Ravel, sempre finissimo orchestratore. Aperto da un colpo di frusta diventato celeberrimo, questo primo movimento si sviluppa in una sfrenata corsa interrotta da un’autentica pagina di poesia, una specie di serenata di grande incanto, e si conclude in una ricca fantasmagoria di colori e di ritmi. Il secondo movimento, Adagio assai, è interamente strutturato su una lunga melodia affidata al pianoforte, composta, come ebbe modo di confessare lo stesso Ravel alla Long, a due misure alla volta servendosi come guida del Quintetto per clarinetto di Mozart. Il movimento è un Lied di nobilissima intensità lirica affidata inizialmente al pianoforte su un essenziale accompagnamento dell’orchestra. Estremamente virtuosistico è l’ultimo movimento, Presto, che dal punto di vista formale è un Rondò strutturato su tre idee musicali diverse: una formula di Toccata pianistica che costituisce il materiale musicale del refrain dove appaiono anche elementi jazzistici nella parte orchestrale; una danza, su cui si basa il primo episodio, perfettamente divisa tra il pianoforte e l’orchestra, e, infine, una fanfara ironica che costituisce il secondo episodio. Particolarmente virtuosistica è la coda che si conclude con un ironico motto ritmico di quattro accordi già utilizzato da Ravel per inquadrare il refrain.

    Durata: 22'

    Claude Debussy
    Saint-Germain-en-Laye, 1862 - Parigi, 1918

    La mer (Il mare), tre schizzi sinfonici

    De l’aube à midi sur la mer (Dall’alba a mezzogiorno sul mare)

    Jeux de vagues (Giochi d’onde)

    Dialogue du vent et de la mer (Dialogo del vento e del mare)

     

    La mer di Claude Debussy ebbe una lunga gestazione perché, cominciata in Francia nel 1903, fu completata nel 1905 durante un soggiorno del compositore francese a Eastbourne sul canale della Manica. La prima esecuzione, effettuata a Parigi il 15 ottobre 1925 presso i Concerti Lamoureux e diretta da Camille Chevillard, fu accolta freddamente dal pubblico che, secondo Louis Laloy, fece pagare all’artista gli “errori” commessi come uomo, in quanto aveva abbandonato la moglie Lily per la cantante Emma Bardac, e dai critici i cui pareri furono contrastanti. Jean Marnold lodò la mescolanza di grandiosità e delicatezza e l’intreccio dei brillanti colori in un tessuto polifonico affascinante e M. D. Calvacoresi, similmente, elogiò la robustezza dei colori, la maggiore definizione delle linee, la forza dell’ispirazione che costituiscono la sintesi e il chiarimento di tutte le scoperte musicali di Debussy. Viceversa Pierre Lalo, critico di «Le Temps», considerò l’opera poco originale e priva di qualsiasi riferimento all’elemento marino; non meno critico fu il giudizio di Jean Chantavonic il quale, pur elogiando le qualità evocative di questo lavoro, lo trovò superficiale e incoerente.

    Nonostante i primi giudizi poco lusinghieri, La mer conobbe ben presto un successo sicuro quanto stabile che l’avrebbe collocata fra i più grandi lavori orchestrali del XX secolo; fu definita, infatti, come un capolavoro di suggestioni nella sua ricca descrizione dell’oceano in cui si trovano in perfetta combinazione un’orchestrazione insolita e armonie impressionistiche.

    La critica moderna rivalutò, quindi, questi tre Schizzi sinfonici, così chiamati da Debussy; Jean Barraque definì, infatti, La mer:

     

    “Il primo lavoro ad avere una forma aperta, un divenire sonoro, un processo di sviluppo in cui le numerose nozioni di esposizione e di sviluppo coesistono in un’esplosione ininterrotta”,

     

    e Caroline Potter scrisse:

     

    “La descrizione del mare di Debussy evita la monotonia con l’uso di una moltitudine di figure d’acqua che potrebbero essere classificate come onomatopee musicali: esse evocano la sensazione di un dondolante movimento di onde e suggeriscono il picchettio delle goccioline di spruzzi che cadono”.

     

    Indubbiamente contribuì al suo successo Arturo Toscanini che nel 1909 la inserì nel programma di un suo concerto dopo aver ottenuto da Debussy alcuni ritocchi alla partitura; egli l’amò a tal punto da dirigerla più di ogni altra composizione nei suoi concerti tenuti in America.

    La mer è costituita da due potenti movimenti esterni che incorniciano un brano più luminoso e più veloce dall’apparente forma di uno scherzo.

    Il primo schizzo, De l’aube à midi sur la mer (Dall’alba a mezzogiorno sul mare), descrive questa magnifica e sempre affascinante realtà naturale attraverso un tema ondeggiante strutturato per quinte. Il mare è rappresentato da Debussy nel suo moto ondoso e, come ha notato Edward Lockspeiser, uno dei più importanti biografi del compositore francese:

     

    “È significativo, benché questo sia solamente un punto trascurabile, che la copertina di La Mer fosse costituita dalla riproduzione di un’onda del giapponese Okusai, l’artista decorativo per eccellenza. Questo non vuol dire che si possano facilmente riconoscere in questa partitura, certi effetti realistici – lo scroscio delle onde contro le rocce, lo spruzzo illuminato da un raggio di sole, il gorgogliante ritirarsi delle onde – ma questi sono motivi lavorati in un gioco di modelli rappresentativi”.

     

    Il secondo schizzo, Jeux de vagues (Giochi d’onde), rappresenta il movimento ondoso attraverso note ribattute che formano un tappeto su cui, a tratti, emerge o si mimetizza una melodia esposta, per la prima volta, dal corno inglese. Il terzo schizzo, Dialogue du vent et de la mer (Dialogo del vento e del mare), si segnala per una raffinata orchestrazione e una ricerca timbrica di grande modernità.

     

    Riccardo Viagrande

    Durata: 25'

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