Strauss & Čajkovskij - Diego Matheuz/Alessio Allegrini

Musica per voi

Alessio Allegrini, biografia

Palermo, Politeama Garibaldi - Venerdì 12 marzo 2021, ore 21

Diego Matheuz, direttore

Alessio Allegrini, corno

Orchestra Sinfonica Siciliana

 

  • Programma

  • Richard Strauss
    Monaco di Baviera, 1864 - Garmisch-Partenkirchen, 1949

    Concerto n.2 in mi bemolle maggiore per corno e orchestra op. 132

    Allegro

    Andante con moto

    Rondò. Allegro molto

     

    Pur separati da circa 60 anni, il Primo concerto per corno e orchestra op. 11  composto da Strauss nel 1882 e il Secondo, che, invece risale al 1942, sono legati da un sottile fil rouge che non riguarda soltanto la tonalità di impianto, mi bemolle maggiore, ma soprattutto la figura di suo padre, Franz Strauss, primo corno dell’Orchestra del Teatro di Corte di Monaco. Entrambi i concerti, infatti, costituiscono degli affettuosi omaggi al padre e, se il Primo è un lavoro giovanile del quale Franz, malato di asma, non fu nemmeno il primo interprete, il Secondo è dedicato alla memoria del padre tanto che inizialmente avrebbe dovuto essere eseguito soltanto una volta in un concerto commemorativo in base alla precisa volontà del compositore il quale, peraltro, aveva scritto alla moglie, dopo la prima di Capriccio  il 28 ottobre 1942: «Il lavoro della mia vita si è concluso con Capriccio. Qualunque nota io scarabocchi ora non ha alcuna relazione con la storia della musica». Eppure in quell’autunno del 1942, durante la Seconda Guerra Mondiale, Strauss compose in brevissimo tempo questo concerto,  nonostante le preoccupazioni per le sorti della nuora Alice, ebrea, che, sebbene agli arresti domiciliari, poté salvarsi grazie alla protezione del governatore nazista di Vienna, fervente ammiratore del compositore, a differenza dei suoi parenti i quali, internati  nel campo di concentramento di Theresienstadt, furono anche loro vittime dell’immane tragedia dell’olocausto. Completato, infatti, nell’orchestrazione il 28 novembre, il Concerto, che fu eseguito per la prima volta l’11 agosto 1943 a Salisburgo con Gotttfried von Freiberg in qualità di solista e Karl Böhm sul podio, sembra addirittura contraddire il difficile momento umano che Strauss stava vivendo tanto che il direttore d’orchestra e cornista britannico Norman René Del Mar scrisse nella sua monumentale monografia su Strauss:

    È davvero difficile credere che questo sia il lavoro di un vecchio depresso che vive nel timore della disgrazia da parte delle autorità di un paese assediato dalla guerra, uno stile così leggero e spensierato cattura”.

    In effetti un clima disteso informa questo lavoro sin dal primo movimento, Allegro, che, aperto da un disegno festoso, si sviluppa dando vita ad una dolce cantabilità di matrice neoclassica e ad un sereno flusso melodico continuo che rivela la felice ispirazione di questa pagina. Legato senza soluzione di continuità al primo, il secondo movimento, Andante con moto, in la bemolle maggiore, aperto da un delicato e magico notturno orchestrale, si svolge secondo una struttura tripartita (A-B-A) con il corno che si produce in una pura melodia. Particolarmente suggestiva è la sezione centrale in re maggiore, della quale sono protagonisti gli archi che intrecciano un fitto tessuto sonoro, mentre il corno si riprende progressivamente la scena per occuparla interamente nella ripresa. L’ultimo movimento è un festante Rondò nel quale si avverte l’influenza di Mozart soprattutto per alcuni interventi del corno che ricordano gli stilemi da caccia.

    Durata: 21'

    Pëtr Il'ič Čajkovskij
    Votkinsk, 1840 - San Pietroburgo, 1893

    Sinfonia n. 5 in mi minore op. 64

    Andante, Allegro con anima

    Andante cantabile con alcuna licenza, Moderato con anima, Tempo I, Andante mosso, Allegro non troppo, Tempo I

    Valse (Allegro moderato)

    Finale (Andante maestoso, Allegro vivace, Molto vivace, Moderato assai e molto maestoso)

     

    Composta tra il 30 maggio e il 26 agosto 1888 a distanza di undici anni dalla Quarta, la Quinta sinfonia di Čajkovskij costituisce il secondo atto della cosiddetta trilogia del destino e si pone in relazione con la precedente che ne rappresenta il primo e con la Sesta, la celebre Patetica, che corrisponde a quello conclusivo, il terzo. Tema conduttore delle tre sinfonie è il destino che incombe spesso sulle vicende umane con esperienze drammatiche di cui fu protagonista, suo malgrado, lo stesso compositore quando si trovò a dover affrontare la grave crisi matrimoniale conclusasi con la separazione dalla giovane e innamoratissima moglie Antonina Ivanovna Miljakova, o quando fu sconvolto dal dolore per la morte, nel 1881, dell’amico fraterno Nikolaj Rubinštejn, dal quale trasse l’ispirazione per il celebre Trio, o, infine, quando andò aggravandosi la crisi esistenziale determinata dall’insuperabile stato di depressione; nemmeno la sicurezza economica raggiunta grazie ad un vitalizio assegnatogli dallo zar valse a restituire serenità al suo animo tormentato dall’angoscia e dalla depressione. Egli aveva composto la Quarta sinfonia dopo la crisi matrimoniale, mentre, nella Quinta, espresse in una musica caratterizzata da accenti di sublime e commosso lirismo rispettivamente il dolore per la perdita dell’amico e il crescente disagio esistenziale.

    Dedicata a Theodor Avé-Lallemant, musicista influente molto vicino alla Società Filarmonica di Amburgo ed eseguita, con un’ottima accoglienza del pubblico, ma non della critica, sotto la direzione dell’autore per la prima volta a San Pietroburgo il 17 novembre 1888, la Sinfonia n. 5 segue un programma interiore, che il compositore negò ufficialmente di avere utilizzato, quando ne parlò con il Granduca Konstantin Konstantinovič; tuttavia ciò è in contrasto con quanto si può leggere in una annotazione diaristica ritrovata in seguito tra gli abbozzi:

     

    “Programma del primo movimento: Introduzione. Intera sottomissione al Destino o, il che è lo stesso, agli imperscrutabili disegni della Provvidenza”.

     

    Non si conoscono le ragioni profonde che indussero Čajkovskij a non rendere esplicito il contenuto del programma che, in realtà, sembra contraddetto almeno in apparenza dalla musica e in particolar modo dal fatto che il tema iniziale, con il quale è rappresentato il Destino, inizialmente esposto in minore, si evolve positivamente nel Finale in maggiore. È molto probabile che Čajkovskij, al di là degli aspetti puramente extramusicali e contenutistici, abbia seguito un percorso musicale di tipo classicista.

    Il primo movimento, in forma-sonata, si apre con un Andante che realizza perfettamente le parole del programma grazie al celeberrimo tema del Destino, esposto dai clarinetti nel registro grave, la cui struttura mostra un’evidente origine russa soprattutto nel disegno discendente. L’atmosfera funerea di questo esordio sembra modificata nell’Allegro con anima, nel quale, secondo il programma già citato, il compositore cercò di rappresentare Mormorii, dubbi, lamenti, rimproveri contro XXX (nel testo sono indicate tre croci); ciò si realizza nella prima idea tematica dove il tema del destino è variato con disegni ascendenti che intendono mostrare una forma di reazione alla sua inesorabilità, ma una seconda idea tematica dolente, che ricorda lontanamente la seconda frase del tema dello Scherzo della Quinta di Beethoven, considerata anch’essa sinfonia del destino, riconduce l’ascoltatore alla situazione iniziale. Tutta l’esposizione di questo primo movimento si snoda dialetticamente attraverso il contrasto tra il destino e i timidi tentativi di opporsi ad esso che si materializzano in brevi episodi più gai. Questo contrasto trova la sua più compiuta espressione nello sviluppo dove si fronteggiano il motivo gaio, già esposto nella sezione Un pochettino più animato, e il primo tema.

    È possibile trovare la pace nella fede? Questo è l’interrogativo che il compositore si pone nel  secondo movimento Andante cantabile, con alcuna licenza, come si evince anche dalla nota diaristica in cui si legge: Devo gettarmi nella fede??? Un programma superbo, se solo fossi capace di realizzarlo. La grande libertà agogica e ritmica, che aveva contraddistinto il primo movimento, caratterizza anche questo Andante in cui il compositore cerca nella fede, alla quale non riesce o non sa aggrapparsi, una ragione di vita destinata a rivelarsi illusoria; se nella prima sezione del movimento la fede sembra garantire un momento di serenità, nella seconda parte l’irruzione del tema del destino, declamato con forza dagli ottoni, ne sancisce lo scacco.

    Per quanto illusoria, la possibilità di una fuga dal destino incombente e terribile sembra l’unica ancora di salvezza per il compositore che nel terzo movimento, Valse (Allegro moderato), si affida alla danza, suo genere musicale preferito, ma ecco che di nuovo il tema del destino, esposto dai clarinetti e dai fagotti, si insinua e turba l’apparente serenità del valzer che, poco incline al sorriso, tende a ricoprirsi di un sia pur tenue velo di tristezza. Quest’apparente serenità, nel quarto movimento, viene definitivamente sopraffatta dal crudele destino con il suo tema che apre e chiude questo Finale dai toni drammatici e, al tempo stesso, rabbiosi. Il doloroso Andante maestoso introduttivo è dominato dal tema del destino che in un drammatico crescendo finisce per coinvolgere tutte le sezioni dell’orchestra, dagli archi ai legni e agli ottoni, assumendo ora toni dolenti con i primi, ora drammatici con gli ultimi. Nel primo tema del successivo Allegro vivace al dramma si unisce la rabbia ben espressa dai violenti accordi strappati degli archi, la cui “ferocia” sembra mitigata dal dolce secondo tema affidato ai legni in un continuo contrasto che caratterizza tutta la sinfonia e conduce alla definitiva vittoria del destino. Tale vittoria è sancita dalla travolgente stretta finale, dove appare il primo tema del primo movimento che, privo di ogni maschera seduttrice e ingannatrice, rivela la sua forza tragica, nonostante il tema del destino avesse precedentemente assunto un’insolita veste in maggiore che sembrava, in modo ingannevole, far intravedere all’ascoltatore una sua possibile sconfitta. Il destino ha, invece, vinto e Čajkovskij non può far altro che prenderne atto con una rabbia che, alla fine, esplode con tutta la sua forza.

     

    Riccardo Viagrande

    Durata: 50'

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